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DIZIONARIO

DI ERUDIZIONE

STORICO-ECCLESIASTICA

DA S. PIETRO SINO AI NOSTRI GIORNI

SPECIALMENTE INTORNO

AI PRINCIPALI SANTI, BEATI, MARTIRI, PADRI, AI SOMMI PONTEFICI, CARDINALI E PIÙ CELEBRI SCRITTORI ECCLESIASTICI, Al VARII GRADI DELLA GERARCHIA DELLA CHIESA CATTOLICA , ALLE CITTA PATRIARCALI , ARCIVESCOVILI E VESCOVILI, AGLI SCISMI, ALLE ERESIE, AI CONCILII , ALLE FESTE Pli> SOLENNI, AI RITI, ALLE CEREMONIE SACRE, ALLE CAPPELLE PAPALI , CARDINALIZIE E PRELATIZIE, AGLI ORDINI RELIGIOSI, MILITARI, EQUESTRI ED OSPITALIERI, NON CHE ALLA CORTE E CURIA ROMANA ED ALLA FAMIGLIA PONTIFICIA, EC. EC. EC.

COMPILAZIONE

DEL CAVALIERE GAETANO MORONI ROMANO

SECONDO AIUTANTE DI CAMERA

DI SUA SANTITÀ PIO IX.

VOL. XLVI. IN VENEZIA

DALLA TIPOGRAFIA EMILIANA MDCCCXLVII.

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DIZIONARIO

DI ERUDIZIONE

STORICO-ECCLESIASTICA

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:ODERAMNO (s.), vescovo di Kennes. Nacque di nobile famiglia circa la metà del settimo secolo. Per le specchiate sue virtù fu ri- cevuto nel clero della chiesa di Rennes, e divenuto vescovo di que- sta città verso l'anno 708, gover- nò la sua diocesi con molto zelo e somma prudenza, per lo spazio di circa quattordici anni. Desideran- do di visitare la tomba degli a- postoli, intraprese un pellegrinag- gio a Eoma ; ma prima vol- le visitare la tomba di san Re- migio di Reims, donde parti con alcune reliquie del santo vescovo che gli fuà'ono donate, una parte delle quali lasciò al monastero di Rerzetto, situato nei territorio di Parma. Luitprando re de' longo- bardi, mosso dalla sua virtù e dai miracoli operati per queste sante reliquie, gli donò il monastero con tutte le sue dipendenze. Ritornato Moderamno in Francia, sottopose

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l'abbazia di Berzetto a quella di s. Remigio di Reims. Giunto poi nella sua diocesi, si fece dare un successore, e si ritirò in Italia per prendere il governo del monaste- ro di Berzetto, in cui fini santa- mente i suoi giorni l'anno 729 o 780. Si celebra la sua festa a Ren- nes a' 23 di ottobre.

MODESTO (s.), patriarca di Gè- rusalemme. Era abbate del mona- stero di s. Teodosio nella Palesti- na, allorché Zaccaria patriarca di Gerusalemme lo nominò nel 6i4 per governare la diocesi durante il suo esilio. Dopo la morte di Zac- caria, avvenuta nel 633, Modesto fu collocato sulla sede patriarcale. Egli si rese commendevole colla san- tità di sua vita, e col suo zelo per mantenere la purità della fede con- tro l'eresie che allora regnavano.. Non si sa precisamente 1* epoca del- la sua morte; ma è nominato ai 16 dicembre nei calendari greci.

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MODESTO (s.), martire. K Vi- TO (s), martire.

MODESTO (s), martire. /^.Ti- berio (s), martire.

MODI AD. Sede vescovile giaco- bita di Mesopolamia, nel paese di Tur-Abdiu, di qua dal Tigli. Ci- rillo suo vescovo fiorì nel 147^- Oriens christ. t. II, p. i5i3.

MODOALDO (s.), vescovo di Treveri. Nativo di Aquitania, quan- tunque il suo amore alla perfezio- ne gli facesse desiderare la vita so- litaria, fu costretto recarsi alla cor- te di Dagoberto re d' Austrasia, ove per altro seppe collegare i doveri di perfetto cristiano a quelli del suo posto. L' idea ci»' egli vi diede del- la sua santità e dei suoi talenti, lo fece scegliere a coprire la sede vesco- vile di Treveri, verso l'anno 622. Trovaronsi in lui riunite la vigilan- za, lo zelo per la salute delle anime, e la carila verso i poveri, e con queste virtù insieme V amore all'o- razione, il raccoglimento e le au- sterità della penitenza. Fondò pa- recebi monasteri, e fra gli altri quello di s. Sinforiano. Assistette nel 625 al concilio tenuto in Reims per regolare diversi punii di disci- [»liua. Fu ovunque tenuto in gran- ile venerazione, ed era stretto in amistà coi jjrelati più ragguarde- voli per virtù cbe allora vivevano. Finalmente, sfinito dalle faticbe e dalle macerazioni, morì verso Tan- no 640, ai 12 di maggio, al qual giorno è nominato nei martirolo- gio romano ed in altri.

MODOJNE. Fedi Metona.

MODO VENA (s.). Irlandese di na- scila, abbracciò la vita religiosa e visse molti anni con grande esemplarità. Passò quindi in Inghilterra verso l'an- no 840, sotto il regno di Etelwolfò, il quale coQo&ceodoue la santità; le

MOD affidò )a educazione di sua figlia Badgi la, e fondò per lei il mona- stero di Pollesworth nella contea di VVarwick. Modovena aveva già fondalo due celebri badie di reli- giose in Iscozia, V una a Sterling, l'altra a Edimburgo; ed altre pie fondazioni fece in Inghilterra. Il desiderio di pieltersi più perfetta- mente a santificare la sua anima, le inspirò il disegno di menar vita anacoretica ; quindi passò sette an- ni in un* isola della Trent, cbia- mata Andresey, dall' apostolo s. Andrea, al quale avea dedicalo il suo oratorio. La badia di Buiton sulla Trent, fondata nel ioo4, fu dedicata alla Beata Vergine e a s. Modovena; ed ivi si portarono da Andresey le reliquie di questa san- ta, la cui festa è segnata il 5 di luglio.

MODRENA, MELA o MELI- NA. Sede vescovile della seconda Bitinia, nell'esarcato di Ponto, sotto la metropoli di Nicea, eretta nel IX secolo. Ne furono vescovi Ma- cedonio che fu al V concilio gene- rale; Teodoro che fu al VI, e sot- toscrisse i canoni in Trullo; Niceta che fu al VII concilio generale; Co- stanzo all' Vili; e Paolo al conci- liabolo di Fozio dopo la morte di s. Ignazio. Oriens christ. t. 1, p, 660.

MODRUSCA o MODRUSA (Mo- drnssien). Città vescovile di Croazia militare, generalato a nove leghe e mezza da Carlsladt, distretto rcg- gimentario, sui versatoi occidentali del monte Capella. Conta più di 1 3oo abitanti, ed un tempo era capoluogo d' una contea dello stes- so nome. Modrusca fii detta anche Modrussa olini Tedi a slum , Me- rusiuni e Corbavia , e nel iiB:> vi fu eretta una sede vescovile sul-

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fraganeii di Spalalro . Nei primi del secolo passato, il vescovato di Modrusca fu dato in perpe- tua amministrazione al vescovo di Segna (Vedi), egualmente del re- gno di Croazia, e tuttora vi resta, essendo però le chiese di Segna e Modrusca suffraganee dell' arcive- scovo di Colocza, dopo essere state di quello di Lubiana per disposi- zione di Pio VI del 1788, e vi re- starono fino al 1807. Vedasi il Fallato, Illyrici sacri t. IV, Mo- (Irussenses episcopi.

MOGLENA. Sede vescovile di Macedonia vicino a Castorio, sotto la metropoli d' Acrida, nella dio- cesi dell' lllira orientale, detta an- che Modonla. Ebbe per vescovi INifo che fiorì a tempo degl' impe- ratori Andronico il vecchio e An- dronico il giovane; e Teodoreto che ne occupava la sede in quel secolo. Oricns chrisl. t. II, p. 218.

MOHADRA. Sede vescovile del- la diocesi de' caldei nel Domersan, e credesi sia Seered o Seert di Mesopotamia, quindi eretta in me- tropoli. Ne furono vescovi Giovan- ni, ed Elia che sottoscrisse la lettera del cattolico Elia a Paolo V, con questo titolo: Elia arcivescovo di Sahert o Seert s egli si qualificò pure arcivescovo di A mi da nella stessa lettera. Pare che la città di Mohadra non fosse lontana da A- mida. Orieiis clirist. t. H, p. i324.

MOHILOW (Mochilowien). Cit- con residenza arcivescovile nella Russia europea , capoluogo di go- verno e di distretto, a i5o leghe da Pietroburgo, e 112 da Mosca, sulla riva destra del Dnieper, do- minata da un forte castello. È re- sidenza d' un governatore e delle principali autorità del governo del- la provincia o governo del suo

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nom^, formalo da una jxirlc del- l'antica Polonia. Esso rinchiude una porzione dell' antica Lituania, ce- duta alla Russia nel 1772 nella prima divisione della Polonia; si formò nel 1778 e divise in dodici distretti. Mohilow si divide in quat- tro ampi rioni o quartieri; il pri- mo è quello del Castello, eretto so- pra un'altura e cinto da bastioni in terra; due altri quartieri forma- no la città propriamente detta, e sono pure circondati da un bastio- ne; il quarto viene consideratp co- me un sobborgo. Le strade sono larghe e lastricate, e le case parte in pietra e parte in legno. Nel centro della città si osserva una gran piazza ottagona, cinta da begli edifizi in pietra, uno de' quali è il palazzo dell'arcivescovo greco-sci- smatico, che vi ha pure residenza, altro è un bel bazar in pietra. Si contano parecchie chiese cattoliche e greche, monasteri d' ambo i sessi, di greci e di cattolici ; un semi- nario greco, un ginnasio, due sina- goghe, sei case di carità, un ospe- dale, e molte concie da cui escono bellissimi cuoi. Fa un considera- bile commercio con Riga, Memel , Danzica e soprattutto con Odessa; e vi si tengono molte fiere assai frequentate. Gli abitanti ascendono a più di 16,000, de' quali pili di 2000 sono ebrei. I dintorni pro- ducono in abbondanza buone frut- ta. Mohilow si chiama pure Mo- Jiileu o Mohilof, in latino Mohilo- vìa seu Mogìlavia, capoluogo della Russia Bianca o piccola. S'ignora r epoca della fondazione di questa città. Dopo avere appartenuto ai principi russi sino al secolo XI li, la principessa Giuliana la portò a titolo di dote al granduca di Li- tuania Jagellone nel i38i, ed ap-

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parleone al palalinato di Vilebsk. Kel i58i ne' suoi dintorni avven- ne un combattimento fra i russi ed j polacchi. Nel 1609 Sigismon- ilo Ili incominciò a farla fortifica- re. Lo czar Alessandro Mikliailo- vilcli ne fece la conquista nel i654, Dia nei 1661 gli abitanti si solle- varono, trucidarono i russi, e con- segnarono il loro capo al re Giovan- ni Casimiro. Nel 1707 gli svedesi riportarono una completa vittoria sui russi. Dipoi Caterina II la riu- nì al suo impero nel 1772, in con- seguenza della memorata divisione del regno di Polonia. I francesi la presero il 23 luglio 1812 dopo un ostinato combattimento.

La sede vescovile fu eretta nel secolo XI li e fatta sufTraganea del metropolitano di Kiovia (Fedì), esarca della Russia. Tra i suoi ve- scovi nomineremo Ilario o Ila rio- ne, che i russi onorano qual santo e ne celebrano la festa a* 21 ot- tobre; e Silvestro che ne occupava la sede nel 1622, come si ha dal p. Le Quien, Oriens chrìst. t. I, p. 1288. In seguito il vescovato di Mohilow fu unito a quello di Mscislaw e d'Orsa. Quindi con be- neplacito apostolico e decreto di Si- gismondo Ili re di Polonia, dei 22 marro 161 9, la sede di Mohi- low venne unita alla chiesa arci- vescovile di Polock, il cui arcive- scovo ne divenne amministratore. Poscia invasa dalle armi de' russi, la cattedra di Mohilow fu usurpata da un vescovo scismatico, anzi il re Federico Augusto II venne inganna- to a nominarlo, ma poi illuminato dell'errore commesso, rivocò la nomi- na, non essendo ciò compreso ne' patti fatti dal re con Pietro I czar di Rus- sia. Benedetto XIV nel 1755 a van- taggio de' cattolici di Mohilow scris-

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se al re Augusto III il breve Fla- graniìssimiim^ de' 7 febbiaio, ed al- la regina Maria il breve Tot tatti- que, de'4 giugno, ambedue riporta- ti nel Ball, de prop. fide, Appen- dix t. II, p. 177 e 179, acciò si ripristinasse la sede vescovile sotto r amministrazione dell' arcivescovo di Polock, com* ebbe effetto. Il suc- cessore Clemente XIII fece Giaso- ne Smogorzewski di Vilna arcive- scovo di rito greco di Polock o Polsko, non che vescovo d' Orsa, Mohilow, Mscislaw e Witebsk. Sot- to il di lui pontificato con un trat- tato che la Russia impose alla Po- lonia, i greci non uniti acquistaro- no i medesimi diritti civili e reli- giosi degli uniti cattolici, stabilen- do che le chiese dipendenti dal metropolitano di Kiovia apparte- nessero per sempre alla chiesa gre- ca orientale. Tuttavolta l' arcive- scovo di Kiovia conservò il titolo di metropolitano di tutta la^Russia. Per la prima spartizione della Polonia essendo venute nelle mani della Russia le più belle porzioni delle diocesi di Vilna, di Kiovia, di Polock e della Livonia , cor- reva quindi strettissimo obbligo a Caterina II imperatrice di erigere un vescovato pe' novelli suoi sud- diti, che ascendevano a 1,800,000. In fatti ella a' 24 maggio 1774 innalzò la città di Mohilow a sede vescovile della Russia Rianca, acciò i suoi nuovi dominii e sudditi cat- tolici non dipendessero più dai ve- scovi di Polonia, ed eziandio tutti quelli che in allora facevano par- te dell' universo impero, o al me- desimo fossero in avvenire per nuo- ve conquiste riuniti, come osserva il p. Theiner filippino nelle Vicen- de della chiesa cattolica di amen- due i riti nella Polonia e nella

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Russia p. 1 3, 490 e seg. : questa importante, opera fu tradotta in francese dal eh. conte di Monta- lembert, che vi premise una splen- dida prefazione. I sacerdoti addetti alle chiese cattoliche di Pietrobur- go e di Mosca, e il superiore delle missioni del Chersoneso Taurico residente in Odessa, furono sotto- posti stabilmente e per espressa deliberazione di Caterina II, alla giurisdizione del metropolita Mohi- lowiense. 11 tristo Stanislao Sie- strzencewicz di Bohusz, vicario ge- nerale di Vilna e vescovo di Mal- lo in partibusy salì il primo sulla cattedra Mohilowiense, benché vi- vesse 1' antico suo pastore Smogor- zewski arcivescovo di Polock già mentovato. Stanislao era nato nel lySi in Zabludow diocesi di Vilna, discendeva da una famiglia prote- stante, e in gioventù abbracciò la professione delle armi. In breve di- venne officiale in un reggimento prus- siano. Avendo conosciuto il princi- pe Massalaski, vescovo di Vilna, que- sto prelato lo determinò a farsi cat- tolico e ad abbracciare eziandio lo stato ecclesiastico, assegnandogli un ricco canonicato nella sua cattedra- le, e l'ordinò prete nel 1762; in- di divenne vescovo e vicario, ed il eh. cav. Artaud, nella Storia di Leone XII, t. Ili, cap. XLV, lo chiama vicario apostolico della Russia Bian- ca. Stanislao intollerante di freno alla sua autorità, si mise a lusin- gare e sollecitare Caterina II, ad impetrare da Pio VI privilegi am- plissimi, giurisdizione su tutti i cat- tolici latini delle Russie e la so- spirata dignità di metropolita. L' im- peratrice volendo anche intercetta- re ogni maniera di comunicazione dei vescovi polacchi coi cattolici della Russia Bianco, ne fece le do-

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mande alla santa Sede, ma il Papa subodorando il mal talento dell'or- goglioso prelato, si credette in do- vere di rigettarle.

Caterina che avea conosciuto quanto Stanislao fosse opportuno per la meditata rovina della chiesa cattolica, mettendo in non cale le forti rimostranze del Pontefice, io nominò con decreto de' 6 febbraio 1782 alla sede di Mohilow, innal- zata di suo capriccio ad arcivesco- vato. In pari tempo gli assegnò a vescovo coadiutore il sacerdote Gio- vanni Benislawski, della diocesi di Livonia, ex gesuita, uomo per sìn- golar pietà commendevole, e cano- nico primicerio di Polock o Polo- sko. Indi r imperatrice stimolò con calde lettere il Papa a voler con- fermare i provvedimenti da lei pre- si, ed inviare il pallio al nomina- to arcivescovo, amplificando i van- taggi che perciò sarebbero derivati alla propagazione della fede catto- lica nelle Russie, e secondo il No- vaes Caterina li spedi a Roma per le analoghe trattative lo stesso Gio- vanni, che vi si trattenne ^1 giorni, ed ottenne da Pio VI l* approva- zione de' Gesuiti (Vedi) nei suoi stati, al modo detto a quell'articolo. 11 p. Theiner chiama Giovanni am- basciatore straordinario di Cate- rina Il presso la santa Sede. Pio VI agli II gennaio 1783 gli ri- spose colla lettera. Non potiamo^ presso il citato Bull. p. 268, in cui gli esternò il suo dolore per le dichiarazioni fatte ai nunzi di Var- savia e di Vienna, cioè di voler pri- vare i cattolici degl' imperiali do- minii di sua protezione, se non si concedeva subito e senza restrizio- ne il pallio a monsignor Siestrzcn- cewicz, e non si erigeva la chiesa di Mohilow in arcivescovato, con

10 MOH MOH dargli in coadiutore il canonico Ialini e de* greci cattolici, e di da- Benislawski. Dichiarò clie mai erasi re all'imperatrice campo di dilfon- a ciò ricusato, ma solo doversi pri- dorè le sue beneficenze sopra gli ma da Stanislao risarcire alle of- uni e gli altri. Quindi Pio VI af- fese u lui fatte, nell' insulto recato fidò questa importante missione a ul pontificio decoro in un manda- monsignor Archetti arcivescovo di mento da esso pubblicato; e che Culcedonia, nunzio alla corte di plausibile anzi eragli stata la do- Varsavia, commettendogli i poteri manda di darsi ai cattolici di Po- di legato apostolico col breve O- lock un vescovo del loro rito lati- nevosa pasloralis offìcii ciira^ dei no, in luogo di monsign. Smogor- i5 aprile lySS, presso il menlo- lewski , acciò come coli* imperiai vaio Bull. p. 270, venendo ezian- disposizione l'aveano i latini di Mo- dio riportato nel Bull. Boni. Con- bilow, lo avessero i greci di Po- tinuatio t. VII, p. 122. Con que- lock ancora. Conchiuse, che rimel- sto breve lo deputò legato ponti- lendo per riguardo all'imperatrice ficio all'imperatrice delle Russie, e pel bene del catlolicismo ogni per erigere l'arcivescovato di Mo- ingiuria recatagli dal vescovo di hilow di rito latino, la chiesa in Mallo, era pronto erigere in arci- metropolitana con capitolo e semi- vescovile la chiesa di Mohilow, e nario, eleggerne T arcivescovo, con- costituirvi a primo arcivescovo lo ferirgli il pallio, con indulto onde stesso prelato e decorarlo del pai- fosse preceduto dalla croce, e desti- lio, con dargli per coadiutore il nare il suffiagaiieo con futura suc- Benislawski; e siccome il nuovo cessione; dovendosi in lutto il nun- arcivescovo dovea essere cattolico, zio apostolico regolare scrupolosa- come anche l' imperatrice lo bra- niente secondo i decreti pontificii, mava, essere necessario che la nuo- i sacri canoni, ed il concilio di va cattedra venisse stabilita sulle Trento.

regole della chiesa cattolica e con Nella medesima lettera apostoli- dipendenza del suo capo, e per ca Pio VI innalzando la prowiso- tutlo eseguire essere nella determi- ria sede vescovile di Mohilow ad nazione di spedirle un pontificio mi- arcivescovato, e la cattedrale dedi- nistro colle necessarie facoltà, per cata alla Beala Vergine in chiesa contentarla in ogni parte, salve le arcivescovile, 1' arricchì di tutti i massime della cattolica chiesa ro- privilegi e diritti delle melropoli- maua. Terminò Pio VI la lettera tane latine, perchè dovea compren- con rinnovare a Caterina II la dere la sua giurisdizione tutte le supplica di permettergli creare un chiese cattoliche Ialine presenti e vescovo pei greci, ai quali poteva future dell'impero russo. Conosce- essere più utile, che un concistoro va il Pontefice essere cosa peri- provvisionale, incoi niuno di quel- gliosa il concedere si ampia ester- li che lo componevano sapeva far minata giurisdizione ad una sola sue tutte quelle cure che fa un sede, attese massimamente le qua- pastore principale, che non deve lità personali del metropolita, peroc- dividerle con altri; e finalmente di che infrenò la concessione con con- non aver egli altra mira, che di cedere all'arcivescovo piena giuris- compiere ai doveri di padre dei dizione ordinaria su lutti i catto-

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liei Ialini della diocesi Molillowien- se, e delegala su tulli i callolici dell' impero e delle colonie russe, perciò revocabile; riserbandosi di poter istiluire in miglior congiunlur ra allri vescovali Ialini nella Rus- sia, lasciando intalla la libertà alla Sede apostolica di dispone allri- inenli, con cpieste parole: Quo adus- que altera nohis alios catholicos epi- scopos dcputandi se se offtrat oc- cash, ac donec aliter per liane a- poslolicam sederà fuerit dispositum. Ad ovviare agi' inconvenienti che infallantemente sarebbero nati nel- l'esercizio di una potestà smodata, quale la bramava Caterina li con smisurala giurisdizione spirituale, osserva il lodato p. Tbeiner die Pio VI nella medesima bolla d'isti- tuzione significò il desiderio ch'egli aveva di creare due vescovi Ialini, uno in Pietroburgo o in Mosca capitali dell'impero, l'altro in O- dessa città e porto della Russia ; il che avea doppio fine, di strin- gere i cattolici dispersi nell'interno della Russia e nelle colonie asiali- jjhe, e far rivivere col vescovato di Odessa la chiesa di Gaffa [l'aedi), l'antica Teodosia [Vedi) fondata da Giovanni XXll li 25 febbraio i 322, la quale comprendeva tulio il pae- se posto tra la Bulgaria e la Va- lachia da una parie, e dall'altra il mar Nero e le provi ncie russe. Avendo cooperalo all'istituzione dell' arcivescovato il cardinal An- louelli prefetto di propaganda, poi l'imperatrice gli mandò in dono una superba croce vescovile di bril- lanti. Ricevuto il prelato Archetti il memoralo breve, le lettere d' i- struzioni, ed il breve che dovea consegnare all' imperatrice, ai primi di giugno si congedò dalla corte di Varsavia per recarsi in ollìzio

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di legalo a Pietroburgo, ove ven- ne accolto dall' imperatrice assai o- norifìcamenle. Ebbe il i5 luglio pubblica udienza^ presenti il consi- glio di slato, gli ambasciatori di vari polenlali europei, ed al bel complimento che fece all'impera- trice, ricevè risposta cortese. Indi Caterina II per decreto de' i4 no- vembre 1783 ratificò la fondazio- ne dell'arcivescovato di Mohilow, e la nomina di Stanislao ad arci- vescovo della medesima sede, rin- novando le stesse ordinazioni con- tenute nel riferito decreto di ere- zione. II nunzio apostolico con let- tera circolare degli 8 dicembre e- seguì quanto eragli stato commes- so: dichiarò la città di Mohilow sede arcivescovile, assegnò a catte- drale la bella e vasta chiesa del- l'Assunzione, che fu già de'carme- litani dell'antica osservanza, e l'at- tiguo convento a seminario; prov- vide alla fondazione del capitolo e del concistoro, e nominò a varie dignità. Pubblicò poscia il io o i3 dicembre dello slesso anno la tras- lazione di Stanislao Sicstrzence- wicz alla sede arcivescovile Mohi- lowiense da quella di Mallo, e gli statuti del nuovo capitolo metro- politano. Quindi a' 7 o 18 gennaio j 784 consegnò al nuovo arcive- scovo il sacro pallio nella chiesa latina de' cappuccini di Pietrobur- go, che li 26 ottobre del prece- dente anno avea consagrala ( il No- vaes aggiunge, coli' intervento del granduca Paolo I e sua sposa, che regalarono al nunzio una croce ve- scovile del valore di 80,000 rubli, una superba pelliccia, con lettera commendatizia pel Papa acciò lo creasse cardinale, come fece ad onta dell'opposizione di alcune corti; in- oltre dice il Novaes che il nunzio

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in delta cìiiesa consacrò un ar- civescovo e tre vescovi ). Assiste* rono alla solenne religiosa cerimo- nia, non più veduta nella capitale della Russia, i primi personaggi dello stato, il corpo diplomatico, numerosissimo clero, i più ragguar- devoli prelati della chiesa cattolica ed anche della russa, e secondo il Novaes, Caterina II con 1' impe- riale famiglia. Il nunzio pronunziò una commovente allocuzione, in cui magnificata la protezione della chiesa cattolica latina, esortò l'ar- civescovo air adempimento esatto de' suoi doveri verso il supremo pastore della chiesa cattolica, e ver- so la generosa protettrice della me- desima, esprimendo il vivo deside- rio di vedere finalmente la riunio- ne della chiesa russa con la catto- lica.

Inoltre monsignor Archetti si fe- ce prestare dall' arcivescovo il con- sueto giuramento di fedeltà e d'ob- bedienza alla santa Sede, dichiaran- do che ad esso, come a suo nuo- vo e naturai pastore, restava affi- data la cura del cattolico gregge sparso nelle ampie provincie russe dell' Europa e dell' Asia, che allora poteva ascendere a tre milioni di anime, come afferma Novaes, che nota essersene poi raddoppiato il numero. Dipoi a' 3 o 8 febbraio il nunzio consacrò in vescovo di Ga- dara in partibiis e coadiutore del- l' arcivescovo l' egregio Giovanni Benislawski. Furono presenti al so- lenne rito i più distinti uffìziali della corte e sette ministri diplo- matici : la pia consorte del celebre cancelliere di Polonia Giovanni Borka fornì i sacri abiti per i' ar- civescovo e pel coadiutore di Mo- hilow. Riuscì ad un tempo al nun- zio di dare al vescovo di Livonia

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per suffraga lieo il canonico Gior- gio Paolowski col titolo di vesco- vo d' Atalia iVi partibus^ il quale essendo slato nominato per decre- to imperiale nel dicembre 1780 a sufftaganeo della Russia Bianca, fu costretto risiedere negli stati russi. Stanislao avido d'accrescere l'e- stensione di sua autorità, per gli uffizi dell' imperatrice strappò ai nunzio la facoltà di poter decide- re le cause di divorzio, senza che v'intervenisse l'opera dell'avvoca- to difensore de' matrimoni , voluto dalla bolla Dei mi ser aliane ^ Be- nedetto XIV. Il nunzio si lasciò piegare a concedere esorbitante potere ad un uomo che ne fece il più detestabile abuso. Egli stesso si adoperò perchè Caterina II con- sentisse con decreto del maggio 1784 al medesimo arcivescovo il poter chiamare sacerdoti forastieri per impiegarli nelle missioni di Pietroburgo, di Mosca, Riga, Reval ed altre città, previo il giuramento di fedeltà ed obbedienza all' impe- ratrice, alle leggi dell' impero e ai magistrati locali, ma restò loro li- bero di uscire a talento dagli stati imperiali. Caterina II ebbe cura che si confermassero i suoi editti intorno a' sacerdoti forastieri, e che tutti gli armeni cattolici de' suoi stati, i quali ascendevano al nu- mero di settantamila, fossero sog- getti alla giurisdizione del metro- politano cattolico Ialino di Mohi- ìow, ordinando che questi si prov- vedesse di sacerdoti presi dalla na- zione loro, e nati ne' dominii im- periali, si fondassero le scuole ne- cessarie per l'ammaestramento della gioventù, e frattanto si mandassero due giovani armeni al collegio di Leopoli negli slati dell' imperatore de' romani, acciocché vi venissero

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educati nelle lettere a spese del- l'erario del governo. Diresse poi nel marzo 1784 un decreto al con- te Giovanni Andrea Ostermann, con cui tornò ad approvare tutto l'operato del nunzio apostolico per lo stabilimento dell' arcivescovato Mohilowiense. Vedendo Caterina li e Stanislao ormai paghe le loro mire, temendo però che venissero gli ulteriori loro disegni guastati dalla presenza del nunzio, si stu- diarono di allontanarlo, e l' impe- ratrice commise al principe Jusu- pow suo ambasciatore a Torino di recarsi a Roma e chiedere pel nun- zio il cardinalato, che Pio VI gli concèsse nel settembre, richiaman- dolo da Pietroburgo. Intanto con- servando Caterina li i gesuiti nei suoi slati, il loro vicario generale stabilì la sua residenza in Mohi- low, ove si aprì un noviziato.

Seguitando l'imperatrice con fal- se promesse ad allucinar i cattolici de' suoi stati, rinnovò nel 21 apri- le o 3 maggio 1785 il famoso e- ditto di tolleranza del 1763 a prò di tutte le comunioni cristiane stan- ziale neir impero russo, compresi eziandio i cattolici latini, a'quali fu consentito fabbricar in pietra chiese con campanili, che prima sol di legno potevano fare : e tanto essa, quanto il figlio e successore Paolo I in va- ri trattati di alleanza e di com- mercio co' potentati cattolici d' Eu- ropa, guarentirono il libero eserci- zio del culto divino a tutti i fora- stieri che professassero la cattolica religione. Caterina messasi quin- di d' accordo con Siestrzencewicz condusse le cose de' cattolici a suo modo. Questo arcivescovo non ebbe in verun rispetto ne i diritti, ne i canoni della Chiesa, e l'imperatrice pigliavasi giuoco delle solenni pro-

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messe giurate alla santa Sede ed ai suoi sudditi cattolici, riguardanti il mantenimento della religione lo- ro. Stanislao seppe scaltramente va- lersi dello sbaglio commesso dal nunzio nel decreto di dicembre 1 783, in cui avea tralasciata la savia di- stinzione usata da Pio VI nella bolla di fondazione dell' arcivesco- vato Mohilowiense di giurisdizione ordinaria e delegata, restrizione che non piaceva all'ambizioso prelato, perchè opponevasi all' assoluto do- minio cui aspirava. Laonde non considerando la pontificia bolla, si attenne al decreto di sua traslazio- ne, fatto dal nunzio, in cui per in- avvertenza era stata ommessa la detta limitazione. Quindi spacciossi ordinario di tutte le Russie, chia- mando quel vastissimo impero sua diocesi. Tentò ogni via per carpire dalla Sede apostolica estesa giu- risdizione ; e per apparirne investi- to, almeno presso 1' imperatrice, pubblicò nel 1790 per le stampe tutti gli atti deli' erezione dell* ar- civescovato Mohilovriense, passando sotto silenzio il breve di Pio VI a Caterina lì, e l' istruzione al nun- zio, in cui r accennata condizione era esplicitamente espressa. Corren- do il marzo 1792, fu fatto vesco- vo di Calamata in partibus e suffra- ganeo di Stanislao, il basiliano Adria- no Butlrimowicz. Nel 1793 pel se- condo spartimento della Polonia acquistò la Russia cinque vescovati latini, cioè di Livonia, di Vilna, di Luck, di Kiovia e di Camieniecz, ciascun de' quali avea due suffra- gane ed anche tre. E quando Ca- terina li nel 1795 pel terzo smem- bramento si vide padrona della mi- sera Polonia, a visiera alzata si mi- se a sfogare il suo cattivo animo contro la chiesa cattolica latina,

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siccome avea fatto colla rutena, an. co con abolir la metropoli di Kio- ì?ia, onde ridurre i greci-uniti alla chiesa russa. Violò la parola data ne' trattati della divisione della [Po- lonia, di conservare intatto lo sta- lo della chiesa cattolica di ambedue i riti; annullò le nominate sedi ve- scovili, tranne quella di Livonia, i cui beni e <{uelli de' capitoli, semi- nari ed altri luoghi pii, parte in- camerò e parte diede in dono ai suoi generali ed altri ufliziali dello stalo. Eresse invece di proprio la- lento nel settembre 179^ due ve- scovati latini, uno in Pinsk, l'altro a Tatitschew, ove il rito latino non era conosciuto, nominando alla pri- ma sede Gaspare Casimiro Cieci- scowski vescovo di Kiovia, e alla Reconda destinò l'indegno Siera- kowski vescovo di Prosa in parli' hiiSy il quale si era usurpata T am- hìinislrazione del vescovato di Ca- mieniecz, scacciatone armata mano da Caterina II il legittimo coa- diutore Dembrowski. I vescovi coi suifraganei levati dalle loro sedi, spogliali anco delle rendite, ebbero tenuissima annua provvisione; e sic- come avea l* imperatrice assogget- tate tutte le chiese rutene alla so- la gijuisdizione dell'arcivescovo ru- teno di Polock, così volle che tut- te le latine dipendessero dall' arci- Tescovo Mohilowiense. Per lo che Siestrzencewicz toccò lo scopo dèl- ie ardenti sue brame, vedendosi co- munque si fosse in possesso di or- dinario di tutte le chiese latine della Russia, colorendo, siccome l'im- peratrice, siffatta usurpazione, col decreto di monsignor Archetti.

A salvamento delia chiesa latina, la Provvidenza nel 1796 tolse dal mondo- Caterina II, e l'imperatore l*aolo I umauo e giusto, si recò a

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coscienza di riparare i danni, con che sua madre avea afflitta la chie- sa cattolica latina, e secondò ge- nerosamente le sollecitudini della santa Sede a risarcimento della medesima. Ammiratore personale di Pio VI, gli chiese un nun- zio per ricomporre le cose della chiesa latina e rutena. Il Papa vi mandò per delegalo apostolico ed oratore il prelato Lilla arcivescovo di Tebe, già nunzio apostolico di Varsavia, il quale giunse nel 1797 in Pietroburgo, e col suo zelo re- staurò la chiesa rutena della me- tropoli di Kiovia e di tutte le se- di vescovili abolite ai greci-uniti da Caterina II. Indi presentò al- l'imperatore parlicolarizzalo memo- riale con gli opportuni documenti intorno alle sofferte perdile della chiesa latina, chiedendo in nome di Pio VI che le annullate sedi vescovili fossero reintegrale, i ve- scovi riavessero le loro chiese, di- ritti e privilegi; i beni ecclesiastici appartenenti alle mense vescovili, ai capitoli, seminari, conventi, ed al- tri luoghi pii si restituissero, e gli ordini religiosi potessero ritornare a' loro chiostri, la cui disciplina e indipendenza fossero intangibili sen- xa previa approvazione della santa Sede. Paolo 1 consentì al ristabili- mento de' vescovati di Luck, di Vilna e di Camieniecz, all' annulla- zione delle due sedi di Pinsk e di Tatitschew, ed all'espulsione da Ca- mieniecz dell'intruso arcivescovo Sie- rakowski. Fu conservato il vescova- to di Livonia sotto il titolo diSamo- gizia ; quel di Kiovia non potè es- sere rimesso per quelle stesse ca- gioni che si contrapposero al ri- stabi I mento della metropoli greco- unita di RioviaHalicz, se non che r imperatore permise la creazione

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del vescovato di Minsk. I beni ec- elesiastici solo in parte furono re- stituiti, essendo stati gli alili uggiti- dicali alla corona, o donati a pub- blici uHìziali. Con rigoroso bando vietò riniperatore che in avveni- re i beni tli tal sorte si alienasse- ro, e promise d' indennizzare il cle- ro per le sostenute perdile con de- coroso assegnanienlo annuale. In quanto al clero regolare, si volle mantenuta l'ordinazione di Cate- rina II, che andasse soggetto ai vescovi, ai quali perciò venne com- partita peculiare e temporanea fa- coltà, quantunque l'ambizioso ar- civescovo di Mobilow non volesse rimettere dell'arrogatasi giurisdi- zione sui medesimi. Parecchie del- le reintegrale diocesi dipendevano dalla giurisdizione de'nietropoliti di Gnesiia e di Leopoli. ]Xcn polca conlinuare sifìatta mescolanza di giurisdizione, siccome conlraiia alla convenzione stipulala tra i Ire po- tentati dividenti, la quale recava, the uno stalo non potesse sull'al- tro esercitare ninna maniera d'au- torità. Perciò V ottimo legato o de- legato apostolico Lilla intavolò ne- gijzinzioni con ambedue i nominali metropolitani, ed ottenne rinunzias- sero a questa parte di loro giuris- dizione. La chiesa Mohilowiense fu dichiarala metropoli, ed ebbe per suifraganee le diocesi di "Vilna, di Samogizia,e di Lucko Luceoria, che aveano sino allora appartenuto al metropolita di Gnesna, e quella di Camieniecz già di spettanza alla metropoli di Leopoli ; le fu altresì aggregato il vescovato di Minsk^ come richiedea il diritto. La me- tropoli Mohilowiense comprese nel- la sua giurisdizione ordinaria e de- legala i governi di Mohilow e di Witepks nella Russia Bianca, di

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Kiovia neir Ukrania, Pietrobur- go neiringria, della Moscovia e Livonia, di Saralow e di Astracan neir Asia, lìnaUnenle delia Tauride nella Crimea. Ebbe inoltre due suf- fraganei ed altrettanti coadiutori con titoli di vescovi in parlihiis j a' primi fu conceduto il diritto di futura successione , al metropoli- ta furono assegnali diecimila rubli annui. Così ebbero circoscrizione le diocesi cattoliche latine nella Piussia e nelle provincie russo-po- lacche, e fu sistemala la gerarchia della provincia ecclesiastica Mohilo- wiense. I beni stabili del clero se- colare delle sei mentovate diocesi erano valutali 1,157,870 rubli, e quelli del clero regolare 2,175,357: il novero de'fedeli adulti ascendeva circa a i, 635, 490. Per queste dispo- sizioni dettate clalla giustizia di Pao- lo I, la chiesa cattolica latina risorse dalle sue rovine, come distesamen- te racconta il p, Theiner nell' en- comiala opera, lib. V, tlella chiesa cattolica latina in Polonia e nella Russia.

Tale riordinamento e provvedi- menti, e nuova circoscrizione delle diocesi latine in Russia, effettualo con concordato tra il pontificio le- gato Lilla e Paolo I, fu ratificato da Pio YI colla bolla Maxìmis undique pressi^ de' i5 dicembre 1798, riportala negli Annali delle scienze religiose t. XIII, p. 289. U lodato p. Theiner dice che la bol- la fu emanala a' i5 novembre, e monsignor Baldassarri a' 17. Questi che ciò rileva nel t. IH della Re- lazione de' patimenti di Pio Vl^ a p. i59 narra averla il Papa ema- nata essendo quasi prigioniero nella Certosa di Firenze, e che avendo l'imperatore richiesto di promove- re al cardinalato l'arcivescovo di

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Mohiiow, Pio VI si scusò, clie tro- vandosi i cardinali dispersi non po- teva in modo alcuno adunar con- cistoro, nel quale elevarlo alla bra- mata dignità. » Ma volendo pur compiacere ali* imperatore più che gli era possibile , fece spedire un breve, nel quale all'arcivescovo me- desimo concedeva di vestire al mo- do de'cardinali, portando porpori- ne le calze, gli abiti, il berrettino, la berretta, ed anche il berrettone (del berrettone insegna cardinalizia questa è la prima volta che ne leggo menzione, ma assolutamente dev'essere errore); e mi ricordo che nel breve, il quale, secondo il con- sueto, era latino, la parola berret- tone fu scritta in italiano ". Il can. Nodari, P'iuic Pont. p. 53 , si e- sprime così. « Paulo I petenti, ut ar- chiepiscopus civitalis Mohilow ad cardinalatum eveheret, prudentissi- me respondit, sibi necesse esse so* lemnem liane nominationem dilFerre ob dispersum cardinalium colle- gium, permiltere tamen archiepisco- po purpuratorum palrum uli insigni- bus". Il citato cav. Artaud p. 219 ancora, citando il dotto Nodari, dice che Pio VI permise all'arcivescovo di vestire gli abiti cardinalizi. Pro- cedendo in questa mia opera con scrupolosa critica, quando dovetti fare 1' articolo Berrettino Cardina- lizio, scrissi tuttavolta che Pio VI concesse agli arcivescovi pro-tempo- re di Mohilow le vesti cardinalizie, ma che gli vietò anzi 1' uso del berrettino rosso; tale essendo il ri- sultato delle molte ricerche che su ciò feci. Perciò non pare credibile l'uso del berrettone o berretta car- dinalizia, essendo questa una delle principali insegne cardinalizie, e l'im- pone il Papa o chi delega, con for- malità. Non mi è riuscito rinve-

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nire il breve di cui parla il Bal- dassari, a fronte di pazienti inda- gini . Nel 1800 Siestrzencewicz fece stampare in Pietroburgo il concor- dato di Pio VI, in un a tutti gli atti imperiali relativi alla narrata circoscrizione diocesana della chiesa cattolica di rito latino nell'impe- ro russo. Aspirando sempre Sie- strzencewicz a illimitata giurisdizio- ne su tutta la chiesa cattolica ambedue i riti nella Russia, seppe scaltramente servirsi della partenza del legalo pontifìcio pel conclave di Venezia, per iscemare l'autorità de' vescovi da lui dipendenti, e con- centrarla in stesso. Però trasjni- se a Paolo I il progetto d'istituire un tribunale ecclesiastico, il quale avesse a decidere in ultima istanza tutti gli affari ecclesiastici di qual- che momento delle sei diocesi lati- ne e delle tre greco-unite. Gli sta- tuti che dovevano reggerlo otten- nero approvazione nel dicembre 1800 da Paolo I. A cagione della morte di questo monarca avvenu- ta nel maggio 1801, il figlio e suc- cessore Alessandro I compì l'opera del Mohilowiense, improntandola nel novembre 1801 di nuova forma con imperiai editto, che può chia- marsi un compendio delle leggi di Caterina II a danno della chie- sa cattolica, e distillato dall' am- biziose pretensioni manifestate dal- l'orgoglioso arcivescovo, a dispetto de' replicati reclami pontifìcii. Si chiamò il tribunale dapprima con- cistoro ecclesiasticoromanocattolico- universale, e in appresso collegio della chiesa romana-cattolica, la cui ampia autorità descrive il p. Thei- ner a p. 5io e seg. , presieduto dal metropolita con titolo di presi- dente nato.

Essendo gli statuii di questo col-

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legio un mischio di contraddizioni e di sfrenatezze contro le sante leg- gi della Chiesa, i vescovi delle cin- que diocesi Ialine si unirono al nuovo nunzio apostolico Arezzo ar- civescovo di Seleucia, e si adope- rarono energicamente per convin- cere il metropolita della mostruosi- tà dell'istituito tribunale, e farlo saiontare dalla sacrilega presunzio- ne, con che arrogavasi il primato della Chiesa nelle Russie, e ne ma- riometleva le sacrosante leggi e la libertà, ma V empio prelato crebbe in vece nell'ardire. Elesse a com- ponenti del collegio uomini scostu- mali, senza coscienza e religione, e ne cacciò con pretesti che man- tenessero corrispondenza con Roma il proprio suifraganeo Benislawski , e l'illustre preposto mitrato di Mo- hilow Biskowski : fra quelli che vi sostituì vi fu il proprio fratello Luigi calvinista. Autorizzando per avarizia divorzi, prodigalizzando se- colarizzazioni ai religiosi, proteg- gendo gli sfratati piìi abbietti, con- tro Siestrzencewicz ricorse all' im- peratore nel i8o4 Giedroyic vesco- vo di Samogizia a nome degli al- tri vescovi della metropoli Muhilo- wiense, per l'insopportabile abuso che faceva della triplice autorità di arcivescovo, di metropolita e di presidente del collegio, con gravis- simo danno della chiesa cattolica. Riconobbe Alessandro I la giustizia di tali suppliche^ e pei caldi uffizi del nunzio promise di esaudirle; ma riuscì alT arcivescovo di render sospetti air imperatore i vescovi e il nunzio, persuadendolo che la chie- sta riforma del collegio mirava a distruggere le leggi dell' impero ; itali sfogò il suo mal animo con- tro la Sede apostolica, per non a- ver conseguito V estensione di giu'

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risdizione su tutti i conventi dei monaci e de regolari ; e contro il nunzio perché avea compito le co- se del predecessore nel ristabilimen- to della metropoli rutena, e restau- rato l'ordine de' basiliani, e con calunnie lo fece disamicare dall'im- peratore. Indusse questo a conce dergli ciò che giustamente gli avea negalo Pio VII, nell'agosto i8o4, co- stringendo ancora il nunzio ad acco- miatarsi dalla corte di Pietroburgo; quindi recossi in mano le redini di tutta la chiesa cattolica nella Rus- sia, dominandola da assoluto pa- drone. Non contento di aver posto sossopra la chiesa cattolica latina e rutena, volle rovinare eziandio quella cattolica di rito armeno, di- chiarandosi amico e protettore di tutti i malvagi ecclesiastici. Per morte dell' ottimo Andrea Cholio- neski, già rettore di s. Stanislao de' polacchi di Roma, poi suffraga- ne© di Camieniecz, gli sostituì un prete armeno, facendogli conferire il carattere episcopale dall'arcive- scovo armeno di Leopoli, affinchè potesse esercitare giurisdizione ve- scovile su tutti gli armeni dell'im- pero russo. Questa ripugnante me- scolanza di due riti non piacque all' imperatore, che perciò entrò in trattative con Pio VU, il quale con breve de' 28 marzo 1809 nominò a vicario apostolico di tutti gli armeni cattolici delle Russie, Giu- seppe Krzistofowicz vescovo di Ar- ze in parlibus^ consecrato dall' ar- civescovo di Leopoli, e la diocesi di Camieniecz fu provveduta di pa- store latino.

Siestizencewicz largamente pro- lesse lu società biblica per dissemi- narvi le corrette versioni, passata dall' Inghilterra in Russia nel i8o4, promovcndola con iniquissima cir-

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colare ; onde poi fu altamente rim- proverato da Pio VII a*i3 settem- bre 1816, e l'imperatore Uovaiido giusto il reclamo gli die la più gran pubblicità, ordinando ai bi- blici di allontanarsi dalla Russia. In vece il Papa ricolmò di elogi i' arcivescovo di Gnesna ed i ve- scovi di Polonia, per aver impedi- to ai bìblici stabilirsi nelle loro diocesi. Nel 1814 era morto il coa- diutore di Mohilow Benislawski, prelato ragguardevolissimo che col- le stie zelanti sollecitudini egregia- mente suppliva all'assenza del me- tropolitano, a cui disgraziatamente non fu dato successore; l'immen- sa giurisdizione del Mohilowiense fu quindi accresciuta colla vasta diocesi di Vilna, che avea quattro ▼escovi sufFraganei, perchè se gliene affidò l'amministrazione. Nel 18 15 divenne sufFraganeo di Riovia Va- leriano Enrico Kamankia di Mohi- low, vescovo di Alberta in parli- bus j e suffraganeo di Mohilow Mattia Paolo Mozdzeniewski di Cra- covia, vescovo di Acone in parti- bus. Nel 18 16 Siestrzencewicz con- cepì il disegno d' una riunione dei greci e cattolici : egli avrebbe vo- luto vedersi creato patriarca dal Papa, per operare piìi francamente vuia compiuta oppressione del calto- licismo nella Russia, su di che il car- dinal Consalvi nel 1824 richiamò 'attenzione di Leone XI 1, come ri ferisce il cav. Artaud. A sollievo della chiesa cattolica delle provin eie polacco- russe, mori il metro- polita Stanislao, che per 54 anni n'era stalo il flagello, facendo la sua ordinaria residenza in Pietroburgo, tenendo tre suffraganti, uno a Mo- hilow, V altro a Riovia, il terzo njoosignor Cipriano Odynice vesco- vo d* ]|)pona in paitibiis a Polock.

MOH 11 cav. Artaud racconta, che pub- blicò la storia della Crimeu, da esso visitata due volle, ed uu com- pendio di ricerche sloriche sidl'ori- gine degli slavi ; che fu aggregato a diverse società scientifiche e let- terarie, e che prese a cuore il pro- gresso delle scienze e la coltu- ra delle arti. Il Bossard pubbli- cò a Parigi una raccolta di do- cumenti sull'arcivescovato di Mo- hilow. Occupò la di lui sede il re- ligiosissimo vescovo di Luck o Lu- ceoria e Zylomeritz Gaspare Casi- miro Colonna Cieciszowski della diocesi di Poseo, che nel 1798 (la Riovia era slato traslalo a Luck, vecchio venerando d'anni 84- Suo malgrado venne nominalo metropo- lita per decreto imperiale del mar- zo 1827, e per breve di Leone Xll de'23 giugno 1828 ottenne l'approvazione pontifìcia. M regnan- te Nicolò I, dice nel decreto, che lo innalzava alla dignità d'arcive- scovo metropolitano delle chiese cattoliche in Russia,, gli conserva- va la sede di Luck, e lo dispensa- va dall' obbligo di presiedere al collegio ecclesiastico cattolico, fin- che la sua salute non gli permet- teva di recarsi a Pietroburgo, Pro- seguì a dimorare in Luck quale amministratore della diocesi. Per lo slesso breve gli venne dato a coadiutore con futura successione a tal chiesa Michele Piwnick vescovo di Ramata in parlibiis, il quale prese a far le veci del metropo- litano nel governo di Mohilow, e nella presidenza del collegio catto- lico Ialino di Pielroburgo. Inoltre Leone XII con altro breve dello stesso giorno nominò sulfraganeo di Mohilow Gioachino Grabowscki di Visne, della diocesi Mohilowien- se, e vescovo di Auioria in parti-

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luSj essendo arcidiacono della me- tropolitana e rellore della chiesa parrocchiale Zevinogrodense.

Cieciszowski fu il solo vescovo della metropolitana Moliilowiense , che non si lasciò trascinare dai pra- vi esempi dello sciagurato Stanislao Siestrzencewicz. Egli nel suo lungo episcopato nella propria diocesi op- pose con petto forte e zelo aposto- lico, insormontabile diga all'infezio- ne contagiosa de' perniciosi divorzi, perchè agli occhi di Stanislao il ma- trimonio avea cessato di essere sa- cramento , radicandosi lo scandalo con tanta saldezza anche nelle dio- cesi suffraganee, che in quella di Minsko da ultimo ancora succede ■vano da due a trecento divorzi , talché era difficile il trovarvi un matrimonio in cui 1' una o l'altra parte non fosse slata prosciolta da \\n maritaggio antecedente ; e però Leone XII più volte coi»fortò il nuo- To metropolita a procedere col me- desimo fervore all'estirpazione della rea e riprovevole usanza nelle al- tre cinque diocesi della metropoli , rammentandogli che Benedetto XIV avea procurato lipararvi con tre co- stituzioni, quindi gli concesse la po- testà necessaria per schiantare abbomine^le vizio. L'imperatore IVicolò I mostrò contrario alia chiesa cattolica latina, come lo era colla rutena, e per impedirne l'in- cremento decretò nel 1828 che chiunque volesse entrare in un or- dine religioso dovesse chiederne al ministro del culto il permesso, che mai concedevasi; così venne a pre- pai'arsi la distruzione di tutti gl'i- stituti religiosi, che si effettuò nel iSS*!. Si decretò ancoraché ninno si ammettesse ne' seminari per cor- rere la via ecclesiastica, se non pre- sentasse lettere di nobiltà , avesse

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compiti gli studi in una università dell' impero , oltrepassasse venticin- que anni d'età, avesse sostituito al- , tri nell'esercizio militare, fosse au- torizzato dal ministro dei culti , e non sborsasse lire seicento a bene- fìcio del clero scismatico di sua pro- vincia. Con editto imperiale del 1829 furono chiusi tutti i noviziati, e de- terminato il numero de' seminari- sti per ciascuna diocesi. Nel i83o peggiorarono le cose della chiesa cattolica, poiché per deplorabile ac- eiecamenlo della diela imperiale di Varsavia vennero rigettati i consi- gli de' vescovi per eliminar i di- vorzi, e ritornare le cause matri- moniali al diiitfo della Chiesa, e l'imperatore lasciò a' tribunali ci- vili la definizione dello scioglimen- to de' maritaggi : indarno i vesco- vi di Podlachia e Cracovia viril- mente si opposero alla violazione de' diritti ecclesiastici, anzi si fecero partir da Varsavia prima della chiusura della dieta. Le vicende po- litiche della Polonia nel i83o. fe- cero soprassedere al proseguimento delle riforme ecclesiastiche ; ma pa- cificatosi il reame sul finire del 1 83 r-, con maggior audacia si riprese la guerra contro la cattolica religione, laonde l'anno i832 entrò funesto per la chiesa cattolica d'ambo i ri- ti. Si scagliò addosso alla Ialina sif- fatta tempesta che la scosse dalle basi, e se il braccio divino non ne arrestava il furore, essa al par della rutena cadeva sepolta nelle sue ro- vine. Il disegno manifestato nel iBi8 di annullare tutti gl'istituti religiosi, nel i832 si recò in ope- ra, perchè le ricchezze di essi sti- molavano l'altrui avidità : la me- tropolitana di Mohilovr, non com- prese le case de' gesuiti, nel 1804 possedeva parte nella Russia e par-

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te nelle proTiiicie polacche 3o5 mo- nasteri d'uoniini , con 3468 reli- giosìj e 4' ^i donne, le quali ascen- devano a 590 ; tutto il valore dei l)eni spettanti ai conventi era di 2,175,357 rubli d'argento, die da- vano l'annua rendita di 289,206 scudi. Dipendevano dai mQdesimi conventi quali vassalli 122,018 uo- mini e donne. l*er riuscir nell'in- tento si usarono col collegio eccle- siastico cattolico latino maliziose e false relazioni sul misero stato de- gli istituti religiosi, e pel sedicente maggior ben utile della Chiesa se ne domandò a nome dell' impera- tore l'abolizione de' superflui, poi- ché contro il vero si aifennò con esagerazioni non rispondere più al- la uatura de' tempi , all'utilità de' cattolici pel rilassamento della disciplina, quindi doversi traslocare i religiosi de' conventi soppressi in quelli che si conservavano ; facen- dosi abuso della costituzione Inter plures jucundilalis , di Benedetto XIV, che permise alla chiesa rute- na la riunione de'monasteri poveri. Dopo che l'imperatore approvò i* abolizione de' monasteri ritenuti superflui, il prelato Ignazio Lodo- vico Pawlowski vescovo di Megara, fatto da Leone XII a* 23 giugno 1828, e suffraganeo di Raminieck, preposto di quella cattedrale, e rettore della chiesa parrocchiale Dunaiowecense, come presidente del collegio cattolico ecclesiastico latino, il quale parve tenesse dietro alle orme di Siestrzencewicz, divulgò il decreto a tutti i vescovi della me- tropolitana di Mohilow, da' quali chiese ragguaglio dello stato dei conventi, con cenno di quelli che potessero annullarsi. Rispose il de- gno Piwnicki coadiutore del vene- rando Cieciszowski ed amministra-

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tore di Luck e Zytomeritz, non potere corrispondergli senza ordine del metropolitano. Essendo da tut- ti conosciuta la saldezza della viriti del metropolita, chiamato sino dal 1798 l'apostolo della chiesa di Po^ Ionia,- egli ricusò con grandezza di animo prestarsi a pericoloso ni;- gozio. Oppose altresì resistenza l'am- minislratore della diocesi di Mo. hilow, il zelante prelato Szezit, quantunque poi fosse condotto ai confini dell'impero, e inutilmente invocato dalle più vive suppliche della Russia Bianca ; gli venne so- stituito Kamionka o Ramankia sii- detto, ligio del governo, che si mise d' accoido con Pawlowski. Laonde de'3oo monasteri che nel i832 avea la metropoli Moli ilo wiense, 202 furono chiusi, restandone aper- ti 98. In gran parte si venderono all'incanto, gli altri tenuti in conto per santuari ceduti agli sci.s«natici, fra* quali il celebratissimo di Poc- zojow nella Lituania, già de* ca- maldolesi, seminario di santi e or- namento della chiesa polacca. L'a- vea fondato il principe Boleslawski, uno de' più fervidi e degni disce- poli di s. Romualdo, e perchè avea allevato cinque santi che col lori sangue fecondarono la iKhiésa Li- tuanense quando gemeva sotto il paganesimo, era riguardato prima- rio monastero polacco dell'illustre ordine. Simile disavventura colse al non men celebre pur camaldolese presso Cracovia, a fronte delle pre- ghiere de'cracoviesi per conservarlo. I quattro milioni di rubli d'argento ricavati dai beni de* nìonasleri sop- pressi, che secondo le promesse do- veansi impiegare a vantaggio della chiesa cattolica, vennero raccolti dal governo, e impiegati a vantag- gio degli scismatici. Quello che p'ù

MOH «li lullo (latineggiò la chiesa catto- lica nelle provincie polacco russe, e nel reame stesso di Polonia, fu il prescritto clnlT imperatore intor- no i matrimoni misti, con statuire die nelle sei diocesi della metropo- li Moliilowiense, ove una delle parti contraenti professasse la fede russa, la pjolc, non badando a divario di feesso, fosse battezzata ed allevata nella medesima fede scismatica. La j este dei matrimoni misti non s'insi- nuò tra' russi, se non dopo la metà del secolo XVI II, in cui avevano preso piede le massirne irreligiose. L' im- peratore inoltre decretò che i ma- trimoni misli benedelli da' sacerdo- ti cattolici latini che greci, sia- no riputati nulli sinché non ven- gano benedetti da un sacerdote rus- so. Questa legge fu estesa a tutti i russi addetti alla milizia, che nel- le Provincie polacco-russe e nel ducato di Finlandia contraessero ttìalrimonio co' cattolici e prote- .slanti ; poscia venne resa universa- le senza eccezioni in tulte le pro- vincie polacco russe, senza più ba- dare i trattali stipulali in favore de' polacchi, ed i giuramenti fatti nel i8i5 da Alessandro I nel da- le la costituzione al regno di Po- lonia, di conservare cioè alla reli- gione cattolica inlieramente i pri- vilegi e le libertà ecclesiastiche e civili. Finalmente la fatale legge sui matrimoni misti nel i834 si rene comune al reame di Polonia, richiedendosi che i sacerdoti catto- lici benedicessero eziandio i matri- moni misli, la cui piole avea ad al levarsi scismatica, vietandosi a' cu- rati consigliar gli sposi a educar cat- tolicamente i loro figli. Quanto pro- tegga il governo russo i matrimoni misti, diffusaaiente si può vedere nel p. Theiner citato.

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Le violenze e artifizi usati dal governo a pervertimento de' greci uniti, si adoperarono pure per tra- scinare allo scisma i cattolici latini, a' quali anzi si fece aperta violen- za, per cui i latini sostennero come i ruteni tratlamenti durissimi ed asprissimi mali per difesa della re- ligione, e si distinsero eroicamente 800 cattolici dejla Podolia. Alcuni dettagli si leggono nel lodato p. Theiner, come il divieto di comu- nicazione tra' cattolici greci e la- lini nelle cose sacre, ed altresì ai fedeli del medesimo rito apparte- nenti a diverse parrocchie, e di- versi altri decreti tulli in danno de'cattolici latini. Pei' attirare allo scisma que' sacerdoti che conduce- vano vita secolaresca e rilassata, il governo loro permise prender mo- glie appena si dichiaravano scisma- tici, perdonando loro qualunque turpitudine e delitto. Nel gennaio 1839 altro editto imperiale annun- ziò ai cattolici condannali al remo, alle miniere, ed altri lavori pub- blici per omicidi i ed allri delitti , che sarebbero assoluti se abbrac- ciassero lo scisma, coniandosi me- daglia onorifica di s. Anna, per ap- pendersi loro in petto con nastro celeste. Fra i tanti argomenti che il p. Theiner riporta, onde il go- verno russo combatte la chiesa cat- tolica latina, parla deli' invito fatto nei 1840 a tutti i vescovi latini del reame di Polonia, a seguire l'esempio de' loro colleghi, gli apo- stati della chiesa rutena, procla- mando il ritorno de' greci cattolici alla chiesa scismatica, siccome ope- ra di persuasione pacifica. Clemen- te XIII e Clemente XIV alto le- varono la voce pei gravi disastri della Chiesa sofferti nella Russia e nella Polonia. Pio VI, e i suoi sue-

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cesfori Pio VII e Leone XII non furono meno solleciti nel sovvenire alla chiesa polacca. Quindi Grego- rio XVI per morie di monsignor Cieciszowski, dopo lunga sede va- canle, nel primo marzo r84i tras- latò da Megara in partìhus all'ar- civescovato di JVIohilow, Ignazio Lodovico Pawiowski della stessa diocesi, e qual degno depositario della divina missione afìldatagli, ed erede meritevole delle virtù e ge- sta de' lodali predecessori, adempì noiìilinente alle parti dell'apostolico ministero, manifestando aita Cliiesn universale con candida semplicità e moderazione evangelica le crude piaghe della chiesa polacca, e qtian- io avea fatto a disacerbarle, gua- rirle e preservarla da ulteriori ves- sazioni della civile autorità. Con quali modi Gregorio XVI si fece a propugnare i diritti della Chiesa nella Polonia e nella Russia viola- ti dalla podestà secolare, con che si è immortalato nel libro vivente della storia stampandovi gloriosis- sjma pagina, è dichiarato neil'dpu- scolo pubblicato in Roma nel i84'i co' tipi camerali e intitolato; Alio' cnzione della S. di iV. S. Grego- rio PP. Xf^I nel concistoro segre- to del 11 luglio 1843, seguita da tin esposizione corredata di docu- menti sulle incessanti cure della s fessa Santità sua a riparo de' gra- vi mali da cui e afflitta la religio- ne cattolica negV imperiali e reali dominii di Russia e Polonia. Fra i documenti in tale opuscolo pro- dotti vi sono. 1 ." Lettera in forma d' ukase diretta dal conte di Wo- rontzow in nome deli' imperatore all'arcivescovo di Mohilovr, del 16 dicembre 181*2, sulla proibizione di ricorrere alla santa Sede e suoi rappresentanti. 2.° L' ordinanza del

M O II ministro de' culti del febbraio i83a per la soppressione di molti con- venti latini nella metropolitana di Mohilow. 3.° La supplica presen- tala nel 1841 al concistoro eccle- siastico cattolico romano di Mohi- low dai parrocchiani della chiesa di Bialynitze nel distretto di Mohi- Itìw, per essere mantenuti nel pa- cifico esercizio della religione catto-» lica romana sempre da loro prò-" fessala. 4-" Altra diretta sullo stes- so argomento al concistoro cattoli-' co romano di Mohilow dai nobili del distretto d'IscherikolF. 5." Rap- porto fatto li 16 febbraio i84t dal concistoro di Mohilow al me- tropolitano Pawiowski in seguilo delle suddette rappresentanze. 6." Officio indirizzato il 12 marzo 1841 dal detto arcivescovo di Mohilow al direttore del ministero dell'in- terno in conformità ai suddetti due rapporti. 7." Officio del ministro dell' interno a monsignor Pawiow- ski, col quale si spiega l'ukase sul' l'araminislrazione de' sagramenti a persone incognite. Pel memorabile abboccajnento avvenuto in Roma nel 1845 tra Gregorio XVI e Ni- colò I, se ne sperano felici conse- guenze anche per la chiesa latina neli' impero russo. P^edi PoLONfA e RussrA.

Al presente la sede metropolita- na di Mohilow è vacante, e dei quattro suoi suffiaganei ausiliari esiste soltanto monsignor Kaman» kia, fatto nel 181 5, gli altri va- cando. Nell'ultima proposizione con- cistoriale per l'arcivescovo Paw- iowski, ecco come venne descritto lo stato della chiesa, con cinque ve- scovi diocesani suffiaganei : questi sono quelli di Luck o Luceoria uni- ta a Zytomeritz, Saraogizia, Wilna, Cameniek 0 Raminiechz, e Minsk.

MOH La chiesa cattedrale sacra a Dio è sotto l'invocazione di s. Stani- slao vescovo e martire, di elegante struttura. Il capitolo si compone di quattro dignità, essendo la prima il prevosto, di otto canonici, di do- dici preti, e di altri chierici inser- vienti all'officiatura. La cattedrale non è cura, ne avvi il baltisterio, che però lo hanno le due chiese par- rocchiali esistenti in Mohilow. So- novi inoltre in città un monaste- ro, l'ospedale, e il seminario cogli alunni. L'arcidiocesi, come amplissi- ma, conteneva più città e castelli, e circa 800,000 fedeli. Ogni nuovo arcivescovo è lassato ne' libri della camera apostolica in fiorini 5oo, a- scendendo le rendite della mensa a scudi -2400 (tanto si legge nell'ultima proposizione concistoriale), oltre altri proventi. Va notato che nella pro- posizione concistoriale per Cieciszow- ski, la chiesa cattedrale, come nel- la bolla d'istituzione, si dice sacra alla Beala Vergine; la prima di- gnità chiamasi olììziale; esservi cu- ra d'anime e baltisterio, ed alquanto distante esistere il palazzo arcivesco- vile ampio e conveniente. In una recente relazione dello stato della chiesa Mohilowiense ho letto quan- to qui riporto. Sonovi due chiese principali, la cattedrale dedicata al- l'Assunzione di Maria, e la chiesa di s. Stanislao. Nell'arcidiocesi chie- se parrocchiali 254, succursali 90, cappelle 409- ^J trovano alcune chiese lungo il Volga: nell'immen- so spazio da questo fiume al mare Pacifico vi erano de' cattolici, che visitati da un missionario nel 1788 provarono un' infinita consolazio- ne. Tre canonici assistono l'arcive- scovo nel disbrigo degli affari . Monsignor Archetti istituì sei mis- sionari: molti vicari si trovano dis-

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persi nella vastità dell' arcidiocesi, ed oltre il clero secolare di circa 200, vi erano: gesuili, cappuccini, minori osservanti, canonici regola- ri, trinitari, domenicani, conven- tuali, scolopi, missionari di s. Vin- cenzo de Paoli . Questo clero re- golare non potendo essere sotto la giurisdizione de'provinciali estranei, ebbero i vescovi la facoltà di eser- citare la giurisdizione ordinaria so- pra i regolari. Ognuno degli ac- cennali ordini avea il suo conven- to. Sonovi sei case di carità; le sorelle della carità di s. Vincenzo addette all'assistenza degl'infermi, le maestre pie, il seminario dioce- sano con 28 alunni, ed 83 scuole. Ogni chiesa aveva annesso un al- bergo per ricovero de' poveri ali- mentati con elemosine annuali. I gesuiti vi aveano i3 tra case e collegi. I conventi della diocesi era- no 66, ed i monasteri di monache 8, abitati da 44 l'eligiose. 11 me- tropolitano capo di tutti i Ialini cattolici dell'impero russo, ha die- cimila rubli pagati dall'erario im- periale. Negli ultimi tempi il go- verno ha spogliato de'beni gli ec- clesiastici tanto cattolici che sci- smatici, promettendo equivalenti as- segnamenti. In Mohilow fa la sua residenza l'arcivescovo scismatico, e vi ha molte chiese.

MOINE Giovanni , Cardinale. V. Monachi Giovanni, Cardinale. MOLDAVIA, MoldoUachìa. Pro- vincia la più settentrionale della Turchia europea con titolo di prin- cipato, che fece anticamente colla Valacchia (Vedi) parte della Da- cia ( Vedi ), e principalmente di quella porzione, per le sue monta- gne, dai romani chiamala la Dacia montuosa. Confina colla provincia russa di Bessarabia, da cui è divisa

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dal Prulh, colia Tcansilvnniri nveiìlc per limili i Carpazi, e colla Gali- zia; colia Bulgaria e Valacchia in- feriore confina a mezzodì, essendo divisa dalla Valacchia pel Danid^io, ai cni bacino appartiene il paese. La Dacia comprese le due Alesic (f^edi)y e si divise in Dacia Ripen- se, Mediterranea, ed Alpestre che comprende la Moldavia e Valac- chia. In generale l'aria non vi è mollo sana, massime nell'estate. L'a- gricoltura è negletta: vi sono im- mense foreste, che insieme coi va- sti pascoli occupano la maggior par- te del territorio. La Moldavia è più montuosa e alquanto più fredda della Valacchia. Si allevano nume- rose mandrie di belli cavalli, di l)estie a corna ed a lana ; gran van- taggio recano le api, e le riviere abbondano di pesce. La Moldavia lia miniere d'oro, d'argento e ferro, n)a più non vengono lavorate; ve ne sono di sale utilissime, e di nitro. Conta circa un milione di abitanti, altri dicono cinquecentomila. Si con- gettiua che i moldavi discendano dai daci, di cui occupano in parie il territorio, dai romani che ridus- sero in colonia la Dacia dopo a- verla conquistata, e dagli slavi che vi si slabilirono al tempo delle ir- ruzioni de' barbari. Il popolo di- videsi in classi, cioè boiardi o no- bili, eoclesiaslici e secolari ; artigiani detti propriamenle rumuns, e zin- gari o zingani che si tengono in conto di schiavi ;' le prime classi sono esenti dalle tasse. Dei zingari parlammo nel voi. XLIl, p. 52 del Dizionario; edilSarnelIi nelle Lett. eccl. t. Ili, lett. V, parla di che razza di gente sieno i zingari. Il lorp linguaggio romaico è un la- tino corrotto, mescolalo collo slavo, e prendono il nome di ritmuni o

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riimniastif probabilmente per corru- zione di romani: vi si parla anco l'ungavo e il polacco. Si vanta la loro ospitalità, ma sono indolenti e ignoranti nella maggior parte, e conservano molti abbigliamenti dei daci, massime i contadini. Vi sono poche scuole, ed i ricchi studiano nelle università russe o tedesche. Quasi unicamente i greci di Costan- tinopoli, gl'italiani, gli armeni e gli ebrei esercitano le diverse profes- sioni. La maggior parte delle abi- tazioni sono di legno e mal costrui- te. La Moldavia è divisa in alla e bassa : Zara\ de Su.^s è l'alta, Za- ra de Schoss è la bassa. Rinchiude diecisette distretti, di cui è il primo Rakou o Bacow , mentre Jassi (f^edi) n'è la capitale, più bella e più ricca di Buckarest capitale della Valacchia, ma più piccola, im- perocché nella Moldavia vi sono boiardi o signori. A Jassi vi è un teatro francese, un liceo , una so- cietà di scienze e lettere, due col- legi e diverse altre scuole meglio dirette di quelle di Valacchia. Il popolo moldavo in generale è più educato del valacco, e conta molti distinti letterati. Le vicende storico- politiche de' due principati di Mol- davia e Valacchia sono assai volte comuni ad aud^edue, come spesso si ribellarono, furono e sono tri- butari della Porla ottomana, ed am- bedue ebbero per waiwoda tiranni greci del Fanar. Nel 1788 in Na- poli si pubblicò : Osservazioni sto- riche naturali e politiche intorna la yalacchia e la Moldavia. Vuoisi che la regione abbia preso il no-^ me di Moldavia, dal fiimie Mol- dava che ha origine nella Galizia e si getta nel Sereth.

I moldavi prima vincitori de' ro- mani, furono poi interamente sol-.

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tomessi a* tempi dell'imperafore Tra- iano, che vendicò la vergognosa pace fatta col popolo romano sotto Do- n)iziano, e tutta la Dacia converti ili provincia lomana , distribuendo le terre in ricompensa a' suoi sol- dati, e trapiantandovi una colonia, il che servì a promuovere l'agri- coltura, e a dirozzare i feroci co- stumi defifli abitanti. Avanzo della romana dominazione è parte del jionte che presso Severino fece get- tare attraverso il Danubio Traiano. Ai romani succedettero quelle oide di popoli barbari , che si sparsero per tutta Euiopa, fra' quali Attila ohe cogli unni invase la Dacia, ed a lui sottentrarono a signoreggiar- la altri popoli non meno barbari, tutti congiurati a distruggersi o cac- ciarsi scambievolmente. Dal VII al J X. secolo la Dacia non fu occupata che dai bulgari e dagli slavi. Alla fine del secolo XII sottentrarono gli sciti, i tartari e gli slavi. In quel tempo comparisce nelle storie il no- me di Moldavia e Valacchia, due paesi che cominciarono ad essere governati sotto il titolo di waiwo- da dai due capitani slavi Raddo Negro, e Bogden o Bogdam, il qua- le si stabilì tra il Seret e la Pruth, f«i il primo sovrano del paese, ne fondò le città principali , vi stabilì la religione greca, e diede il nome di Bogdania alla parte settentrio- nale. Così cominciò a vedersi una forma di governo che rese meno dolorosa la condizione di que' po- poli. La Moldavia si sottomise nel «ecolo XIV al re d'Ungheria, ed i suoi waiwodi o principi divennero loro tributari; insorta quindi guerra fra il re Sigismondo e Bajazet 1 sulta- no de'turchi, il re si alleò col waiwo- da di Valacchia, ma questo tra- dendolo soggiacque a sconfilte ed al

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pagamentp d'annuo tributo. Eman- cipatisi i waiwodi dai re d'Unghe- ria, assunsero il titolo di despoti ov- vero ospodari. Dopo varie vicende i turchi ne ottennero l' intera so- vranità nel i529 sotto Solimano II, ed uno degli ospadari si pose sotto la sua prolezione, ma a condizione che gli abitanti conservassero la lo- ro religione, le loro leggi e privi- legi, che fossero esentì da ogni im- posta, e che nominassero per prin- cipi i loro ospodari o waiwodi. La Valacchia si ribellò ai turchi col pioprio principe Michele, e diven- ne indipendente ; ma egli domina- lo dall'ambizione di unire al suo dominio la Moldavia, venne ucciso nel 1601 da un sicario. Nel 16 12 Tommaso soldato di ventura s'im- padronì coll'appoggio de* turchi del- la Moldavia, disfacendo il waiwoda Costantino; indi spogliato da' suoi protettori per istabilirvi Grazinno poi ucciso nel 16?, i, restando gli ospodari tributari della Porta otto- mana. Avendo questa concesso nel- V acquisto della Moldavia ai boiar- di il privilegio di crearsi il w^ai- woda, nel 17 11 si attribuì il di- ritto esclusivo di nominar questo capo; e ciò perchè siffatta elezione dava sempre argomento a cittadine discordie ed a guerre civili, ed an- co per vendicarsi del paese che a- vea domandato la protezione di Pie- tro I czar di Russia. II waiwoda da quell'epoca cominciò ad esser scelto dai fanariotti o greci di Costanti- nopoli, il che fu cagione di peggiori mali, poiché per conseguirne la no- mina si ricorse ai più nefandi rag- giri, ed il sultano avendo condan- nato il principato come ad un pul)- blico incanto, conferendolo a chi più pagava. Quindi coloi'O ch'erano prC' feriti, per rimborsarsi tiranneggia'

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vano i sudditi, che talora dalla di- éiperazione li uccisero. Le ambiziose mire di Calcrina II impeiatrice del- ie Russie, l'indussero a prendere \a proiezione della Moldavia, che della Valacchia; quindi nel 1802 divenne principe Morusi, cui succes- sero allri ospodari, che non cessa- rono di vessare la Moldavia con estorsioni. Dipoi pel trattato di 13u« karest del iSil la parte della Mol* da via che si estendeva al nord del J*nilh fu ceduta alla Russia , e fa presentemente parte della Bessara- bla. A' 6 marzo 1 82 1 il principe Alessandro Ipsilanli eccitò la rivo- luzione, in cui grave fu il massa- cro tra turchi e greci; ma rientra- li i turchi a' 26 giugrio vennero posti in fn^A Ipsilanti e Cantacu- 7CUO condottièri de* greci eleristi. Nel 1822 fu acclamalo ospodaro il boiardo Giovanni Stourdza, indi fat- to prigioniero dai russi nel maggio 1828 ; poscia i russi dopo la presa di Navarino o Neocaslro, città di Grecia nella Morea, divennero pos- sessori de' due principati. La Rus- sia nel 18^9 conchiuse a' i4 set- tembre in Adrianopoli colla Poi ta nn trattato, in cui venne stabilito che il principato di Moldavia go- drebbe di un governo costituzionale o nazionale e indipendente, del li- bero esercizio della sua religione, e di un' infera libertà commerciale , e che il diritto di nominar l'ospo- daro spettasse alla Russia e alla Porla, restando la prima protettri- ce del principato. L' ospodaro, il cui governo era settennale, dopo però il trattato venne nominato a vita da un'assemblea di boiardi, d'ac- cordo colle nominate potenze, e tro- vasi assistito da un divano compo- sto de' principali boiardi, e presie- duto dall'arci vescovo greco scisma -

tino, coirannuo eraobimenlo di un milione di piastre. Il principato fu obbligato pagare alla Porta il tri- buto con titolo di dono di circa 1 65,000 piastre, ma si esentò da ogni somministrazione in grani, be- stiame, legnami da costruzione, ch'e- ra prima obbligato di mandare pel consumo di Costantinopoli e per la provvisione delle fortezze del Da- nubio e dell'arsenale. L'armata fu stabilita a 12,000 uomini; cessò la condizione di sudditi di stato, pro- priamente detti schiavi ; e venne proibito ad ogni turco abitare nel paese.

La fede cristiana fu introdotta nella Dacia ne' primi secoli della Chiesa, e verso il 3q6 esisteva un vescovato nella città di Moldau oc- cupato da s. Nicela martire : più tardi fuvvi ancora la sede vescovi- le di Siretl o Sereth città di Gali- zia. Inoltre s. Niceta fondò nella Dacia diverbi monasteri. Come unii delle Provincie dette barbare, il con- cilio di Calcedonia nel 4^' assog- gettò la giurisdizione ecclesiastica della Moldavia al patriarca di Co- stantinopoli. La religione dominan- te è la greca scismatica, ed avvi uii metropolitano e Ire vescovi , con- tandosi in tutta la provincia sette- cento chiese circa , e sessanta con- venti. Nel 1234 ^' s'introdussero ì missionari minori conventuali, i quali più tardi ebbero collaborato- ri i gesuiti di Polonia. Verso il 1370 era riuscito al Papa Urbano V che i moldavi col loro duca La- sco, abiurato lo scisma, tornassero all'obbedienza della chiesa romana, ma poi ricaddero nell'errore. Da altre notizie rilevo che la città di Succiava ebbe un metropolitano, datole dal patriarca Giuseppe Costantinopoli. Nel 1 435 fiorì l'ar*

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ci vescovo greco Gregorio die favori Innione colla chiesa caltolica, onde Eugenio IV gli scrisse da Firenze, al cui concilio assistè il vescovo Damiarro. Questo fatto gli tirò ad- dosso l'odio de' suoi correligionari] nacque un' ecclesiastica rivoluzione, in cui manoscritti, atti e documenli fiuono bruciati; quindi se i greci scoprivano che un latino avesse ce- It^brato nella loro chiesa ne demo- livano l'altare, e se un cattolico vo- leva avere ecclesiastica sepoltura era obbligato ribattezzarsi, perchè an- ticamente nella Moldavia pagano e cattolico suonava lo stesso. Nel secolo XVI la principessa Elena moglie di Stefano il Grande fece costruire dodici chiese cattoliche nel- la Moldavia, di cui non rimane ve- stigio. Anastasio occupò la sede me- tiopolilana di Moldavia, sotto Ge- jemia 11 patriarca di Costantinopo- li. Barlaam intervenne al concilio di Jassi, e Gedeone sedeva nel 172 r. Oì'iens christ. t. 1, p. 1262. Nel t. Ili, p. II 18, sono riportati i se- guenti vescovi di Baco'W (Vedi), sede vescovile eretta da Clemente Vili sutfraganea di Colocza ; il p. Mirco dice nella Valacchia , ma è in Moldavia. Bacow o Bakou, Ba- ckoK'ia^ ebbe dunque per vescovi , nel i633 fr. Gio. Battista Zamoyski domenicano, fatto da UibanoVllI; nel 1678 fr. Giacomo Goreschi do- menicano, nominato da Innocenzo XI. Indi lo furono Gio. Francesco Lousony, destinato pure da Inno- cenzo XI; fr. Arnaldo o Amando Cieseyko domenicano di Vilna, elet- to nel 1694 da Innocenzo XII; fr. Giovanni Damasceno Lubienski po- lacco domenicano, eletto da Cle- mente XI nel 171 1; fr. Tomma- so Szklubiczaleski polacco domeni- cano, fatto da Clemente Xll, al qua

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le nel 1737 sostituì fr. Raimon- do Jesierski domenicano polacco che rinunziò. Nelle annuali Notìzie di Roma sono registrati i seguenti ve- scovi di B&cow: 1733 fr. Tomma- so Zaleski domenicano; 1735 fr. Raimondo Jezierski domenicano di Cracovia: questi due vescovi sem- brano i medesimi de* precedenti ; 1782 successe per còadiutoria fr. Domenico Pietro. Karwosiecki mi- nore conventuale, di Zamoski dio- cesi di Chelma, e viveva ne' primi anni del secolo corrente. Nelle per- secuzioni vi mori un vescovo di Bacow chiamato fr. Giovanni Ro- sa domenicano. I vescovi cattolici di Moldavia solevano risiedere in Transilvania e negli stati del re di Polonia di cui godevano la prote- zione, alla quale subentrarono i monarchi d'Austria, quando quel regno fu diviso, e loro ne toccò una parte. Solevano i vescovi da tali luoghi annualmente recarsi alla vi- sita della missione diretta da un vi- cario generale.

La missione di Moldavia è affi- data ai minori conventuali, e del- la loro chiesa e collegio in Roma di s. Antonio di Padova o s. Ma- ria della Sanità, che somministra missionari alle missioni di Molda- via e Costantinopoli, ne parlammo al voi, XXVI, p. 126 e 127 del Dizionario. Il prefetto è anche commissario del convento di Jassi, carica che si conferisce dal p. ge- nerale dell'ordine. Nel 181 i era vescovo di Moldavia monsignor Bonaventura Carenzi. Dalla sacia congregazione di propaganda fu di- chiarato visitatole apostolico il p, Giovanni Magni prefetto della mis- sione di Costantinopoli. Dopo la morte di monsignor Zabervoni , mancante la missione di vescovo,

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Gregorio XVI a' io settembre 1 838 nominò visitatore apostolico e ve- scovo di Carra in partibiis^ mou- signor Pier Raffaele Arduini de'mi- iiuri conventuali : la sua istallazio' ne segin senza opposizione, median- te l'annuenza del principe regnan- te. Indi il medesimo Papa dichia- rò vicariato apostolico la missione <li Moldavia, ed a* 7 aprile 184 3 nominò vicario apostolico monsi- ^Mior Paolo Sardi de' minori con- ventuali, già penitenziere vaticano e vescovo di Vera in parlibus^ che risiede in Jassi. Ecco lo stato pre- sente di questo vicariato. La par- rocchia di tal capitale è sempre amministrata dal prefetto de' con- ventuali. La cristianità di Moldavia si divide in due distretti : il pri- mo di Siret o Sereth, composto di 42 villaggi, contenente sei parroc- chie; il secondo di Bislriccia, com- posto di 57 villaggi con otto par- rocchie. I sacerdoti nella Moldavia sono più di ventiquattro. In Jassi vi è il convento de^ conventuali e l'amministrazione sindacale; un o- spizio a Galatz, città forfè con va- sto porto, emporio di commercio, forse costruita da Traiano, con chiesa per la quale la casa d'Austria som- ministrò 200 fiorini per costruirla, ed il principe regnante vi contribuì una somma: in tutti i distretti fu- rono aperte scuole con maestri. Cle- mente XI accordò la laurea magi- strale a quei missionari che hanno servito nove anni in questa missio- ne. Questa possiede diversi beni, come esistono rendite pel vescovo, somministrando la congregazione di propaganda ai parrochi annui scudi j3o. 11 metropolitano sci- smatico, il clero, i monaci sono licchissimi; il primo uon conta me- no di 60,000 zecchini di reudita;

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da questo slato di opulenza nastx! la preponderanza del clero sopra del popolo e della nobiltà. I mo- nasteri sono ricchi e pieni di mo- naci; quello di Nians ne ha circa 2000. Ma gli scismatici, clero e po- polo;, vivono da atei nella più cras- sa ignoranza e demoralizzali. Al presente la religione cattolica si tro- va in istato d'incremento, ed il numero de'cattolici supera i 55,ooo, quando nel i 8o4 non erano che circa ig,ooo; le chiese sono più di 74.

MOLE ADRIANA. T. Castel «. Angelo, e Mausoleo.

MOLEcNDlNI o MOULIN Gio- VANM, Cardinale, Giovanni Mo- lendini 0 de Moulin francese, nato nella diocesi di Limoges nell' Aqui- tania, in luogo detto Molendinaria o Molinayrie, avendo abbiacciato sino dalla gioventù V istituto do- menicano nel convento di Briva, provincia di Tolosa, ottenuta la laurea dottorale, nel i 344 f" fatto inquisitore di Tolosa, e nel i347 lettore del sacro palazzo; quindi nel 1349 in Barcellona fu eletto generale del suo ordine che go- vernò due anni, dopo i quali Cle- mente VI a' 18 dicembre i35o lo creò cardinale prete di s. Sabina. Dopo essere intervenuto all'elezio- ne d'Innocenzo VI, fini di vivere in Avignone nel i353, e rimase o- norevolmenle deposto nella metro- politana di Tolosa, quantunque al- tri dicano nella chiesa de' domeni- cani : i pp. Quietif ed Echard poi scrivono che fu trasferito a Bri- va, e tumulato tra' suoi religiosi. Scrisse alcune opere teologiche ed alcuni sermoni.

MOLES Giovanni, Cardinale. Giovanni Moles, da altri detto Mar- ganti, nato nobilmente in Giroua

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iielia Catalogna, acquistata una pro- fónda cognizione nella scienza teo- logica, nella legge e nella cosmo- grafìa, recossi fin da giovane a Ko- uia, dove da i\icolò V venne am- messo tra i chierici di camera, e Ì,_ fatto vescovo della propria patria. !_ Colla sua industria ed eloquenza sedò e compose le controversie che eransi eccitale tra il Papa ed Al- fonso I d'Aragona re di Napoli, che lo inviò poi suo ambasciatore al concilio o congresso celebrato in Mantova da Pio 11. Collo stesso carattere il re Ferdinando d' Ara- gona e Casliglia lo deputò a Sisto IV per implorare soccorso contro i turchi, che avevano occupato O- tranto. In ricompensa di tante o- norate fatiche, il medesimo Papa nel novembre o dicembre i^Sò lo creò cardinale prete di s. Vitale, amministratore delle chiese d' Osca e (li Patti, e legato della provincia di Marittima e Campagna. Si trovò presente al conclave d'Innocenzo Vili, e dopo dodici mesi di cardi- nalato la molte io tolse dal mon- do in Roma nel 1484 d'anni 80, ed ebbe sepoltura nella chiesa di s. Maria del Popolo. Scrisse questo car- dinale alcune opere, e tra le altre un volumecontenente la storia di Spagna, MOLFETTA {Mdphititu), Città con residenza vescovile del regno delle due Sicilie, nella provincia di Terra di Bari, con titolo di ducato, distretto di Barletta, da cui è di- stante sei leghe, capoluogo di can- tone sull'Adriatico. È posta sopra la spiaggia marittima e circonda- ta da ubertoso territorio nell' A pu- lia Peucezia. Assai ben fabbricala, oltre la calledrale ha molte altre chiese, e conta 1 7,000 abitanti, a- vendo diversi uomini illustri l'atto onore alla patria,fra'guali il cardina-

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le Nicolò Riganti. Oltre le produ- zioni di che abbonda tutta la pro- vincia, si traggono dolci favi dai suoi alveari, checche dir si debbi sulla derivazione da ciò dell' auli- co suo nome di Mclfaita^ M tifici a ^ Melphicluni seii Molftlam^ posciri corrotto. Però l'Ughelii attribuen- do l'origine della cillà a Mauro compagno di Ulisse, dice che fu ri- Fabbricala quando divenne colonia romana, cioè da due navi di roma- ni che seguivano Costantino in Bi- sanzio, le quali ivi naufragando .>i fermarono a stabilirvisi, onde per tale avvenimento anianiudiiies tini faclas omeri, et nonten Melfacfae indi de re di'} lati. Trae lucro dd traffico marittimo e terrestre, non che dalla pesca. Vi sono pure can- tieri di costruzione e numeiose fal»- briche di tele , funi e gomene. Poco lungi dalle sue muia ha un molto frequentato santuario della Beata Vergine de' Martiri, verso Biseglia, il vescovo della quale l'e- ruditissimo Sarnelìi nelle sue im- portanti Leti. eccL scrisse la lelt. 38 del l. V: Onde sia detta s. Maria de' Martiri la veneranda immagine della Beata Fermine nel' la sua chiesa presso Molfetta. Ne daiemo un cenno. Dopo che Ur- bano li promulgò nel 1094 la p»i- ma crociata per liberazione de'san- ti luoghi di Palestina, Boemondo normanno col nipote Tancredi par- tirono con copioso esercito per la sacra guerra. 11 di lui fratello Rog- gero provvide del bisognevole i cro- cesignati, e peichè molli concorre- vano a prender la croce e s'im- barcavano a Brindisi o Otranto, eresse mezzo miglio lungi da Mol- fetta al lido del mare due spedali, acciò vi fossero pietosamente allog- giati i crocesignati e pellegrini. Ve-

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uendo poi a sapere Guglielmo I che negli spedali di Molfetla molti pellegrini crocesignali vi morivano, ordinò nel i 162 la fabbrica della chiesa e del ci mi te rio che benedì Orso vescovo di Ruvo per l'assen- za del vescovo di Moi fetta: chia- mavasi il luogo Carnaria, ed i pel- legrini defunti, siccome reduci da Gerusalemme, portavano benché im- propriamente il nome di martiri , perchè così talvolta i Papi chiama- reno nelle bolle i crocesignati che morivano per le crociate. Nel 1 188 avendo i saraceni nuovamente oc- cupato Gerusalemme ed altri luo- ghi , que' cristiani che poterono scampare portarono seco reliquie e sacre immagini miracolose, delle quali arricchirono pure la chiesa di s. Maria de'Martiri di Molfelta, la- sciandovi r immagine di nostra Si- gnora col Bambino dipinta su ta- vola di cipresso, molto somigliante a quella che in Roma si venera in s. Maria Maggiore ; quindi im- menso fu il concorso de' circostan- ti popoli, come innumerabili le gra- zie concesse da Dio ai divoli che ne implorarono il patrocinio. L'af- fluenza maggiore è nell' ottava di Pasqua e della Natività di Maria, e Innocenzo Vili ch'era stato ve- scovo di Molfetla, per l' amore che conservava alla sua antica sede, le concesse indulgenza plenaria colla bolla Super aethereas. Allorché i corsari turchi dierono fuoco alla santa cappella, V immagine restò il- lesa tra le fiamme.

La sede vescovile, sebbene la lu- ce del vangelo la ripete da s. Pie- tro, vuoisi istituita nel secolo X, ma il primo vescovo fu Giovanni che nel 1179 assistette al concilio di Laterano III. Gli successe N.... del 1207, ed a quesli altro ano-

MOL uiono; essendo il quarto Riccardo che mori nel 1271, e venne suct ceduto da fr. Paolo fratjcescano, e- letto sotto Celestino V. Nomine- remo i più degni di men/.ione. Fr. Alessandro Fassitelli agostiniano di S. Elpidio e generale del suo or- dine, morto nel i325. Simone Lo- pa napoletano, già canonico della cattedrale, del i388. Pietro Piczi o Picei de Barulo, fallo da Mar- tino V nel i42«. A Leonardo Pal- mieri del 1473 successe, 6 kal. octobris 1473 per volere di Sisto IV, Gio. Battista Cibo genovese, che creò cardinale, e nel 1484 di- venne Papa Innocenzo Vili, onde ne fu scolpita memoria sopra la porta della cattedrale. Egli nominò successore 17 kal. octobris Angelo Lacerti, e liberò lui e la sede di essere sulfraganea di Bari, dichia- randola esente e imniediatamenle soggetta alla santa Sede, come lo è tuttora; in segno della quale li- bertà, Innocenzo Vili gli concesse per insegna un cavallo senza freno. Ad Angelo, tumulato nella cappella di s. Maria della Neve, in catte- drale, nel i5o8 Giulio li soslilui Alessio Celadoni di Lacedonia, già vescovo di Gallipoli, che interven- ne al concilio Laleranense V, re- staurò la cappella della Beata Ver- gine, ed ornò la cattedrale. Gli suc- cesse Ferdinando Ponzetti fiorenti- no nel i5i7 , nello stesso anno creato cardinale, al cui lem la città soggiacque a devastazione por Lautrec generale di Francesco I re di Francia. Nel i5i8 gli fu da- to in coadiutore il nipote Giacomo Ponzetti, che divenne effettivo nel i528; rinunziò nel i553, e fu e- letlo Nicola Maggiora ni di Malpi- gnano, erudito nelle latine lettere. Per sua rassegna nel i566 ebbe la

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sede il nipote Muggiorano Maggio- lani, che per beo trent' anni resse lodevolmenle la diocesi ; padre dei poveri, a tulli caro, fu sepolto in s. Maria de' Martiri. Offredo de Offredi fiorentino gli successe nel i5g8, canonico vaticano, già mae- stro di camera di Gregorio XIV, indi nunzio alla repubblica di Ve- nezia, mori nel 1606. Gli successe fr. Gio. Antonio Bovio di Novara, carmelitano dottissimo in teologia ed in ogni scienza, benemerito pa- store. Nel 1622 Gregorio XV gli surrogò fr. Giacinto Petroni nobile romano, domenicano e maestro del sacro palazzo, supremo inquisitore del regno di Napoli, autore de' com- menti di Aristotile in logica e me- lafisica, e di alcune questioni di s. Tommaso, e sebbene virtuoso morì non senza sospetto di veleno nel 1647Ì dicendosi Melfi in latino Melphi, e Mol fetta, Mdpheta e Mei filay come altri all'articolo Mae- stro DEL SACRO PALAZZO lo diccm-

mo noi pure vescovo di Melfi, e qui ci emendiamo. Successivamen- te furono vescovi Gio. Tommaso Pinelli teatino genovese di gran sa pienza e pietà, del 1648. France- sco Marini nobile genovese nel 1666 fu traslato da Albenga ove passò il predecessore : riconobbe nella cattedrale il corpo di s. Cor- rado cistcrciense, figlio di Enrico duca di Baviera, patrono della città; indi fu fatto arcivescovo .d'Amasia e canonico vaticano. Nel 1670 Carlo Loffredi teatino, che compose la lunga lite eh' eravi tra il magistra- to di Molfetta ed il clero, provvide alla vita comune delle monache, fu benemerito del seminario, dei catechismi, ed altri vantaggi spiri- t'iali, celebrò il sinodo, e dal suo parente Innocenzo X li nel 1691 fu

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trasferito a Bari; il quale Papa gii sostituì Pietro Vecchia abbate bene- dettino veneto, vescovo d' Andria , sollecito e zelante pastore. Nel 169G Domenico Belisario Belli di Bari, cappellano d' Innocenzo XII e vi- cario generale di più diocesi non che di Molfetta; divenuto vicege- rente di Roma, fu sepolto in s. Ma- ria in Via nel 1701, e venne elet- to Giovanni degli Efletti nobile ro- mano, governatore di Benevento; e dopo di lui nel 17 13 o 17 «4 Fabrizio Salerno di Cosenza, col quale néV Italia j^crrt dell' Ughel- li, t, 1, p. 916, si termina la serie de'vescovi, quale continueremo col- le annuali Notizie di Roma. 1754 per morte del precedente, d. Cele- stino Orlandi monaco celestino del- la diocesi d' A lessano. 1775 Gen- naro Antonucci napoletano. Nella sede vacante Pio VII colla lettera apostolica De lUiliori, V kal. juUi j 8 i8j soppresse le sedi vescovili di Giovenazzo e Terlizzi [Vedi), e le unì a quella di Molfetta, indi ai 2 ottobre ne fece vescovo Dome- nico Antonio Cimaglia della diocesi di Benevento, cui a' 2 r febbraio 1820 die per successore Filippo Giudice Caracciolo. Questi Grego- rio XVi nel i833 traslatò a Na- poli, e poi creò cardinale, per cui ne parliamo alla sua biografia. Essendo vacante la sede, lo stesso Papa colla bolla Aelerni Patris Filius, de 9 di- cembre i835, ad istanza del regnan- te Ferdinando II re delle due Si- cilie, ripristinò la cattedra vescovile a Giovenazzo ed a Terlizzi, lascian- dole unite a Molfetta, conferman- dole immediatamente soggette alla santa Sede. Indi nel concistoro dei 19 maggio 1837 preconizzò primo vescovo di Molfetta, Giovenazzo e Terlizzi, l'odierno monsignor Gio-

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vanni Costantini di Cosenza, con- visitatore generale e vicario gene- rale di quella arcidiocesi, ed arci- diacono della cattedrale.

La chiesa cattedrale di Molfetta è dedicata alla Assunzione di Ma- ria Vergine, ottimo e magnifico e- difìzio di antica struttura. Il capi- tolo si compone di sei dignità, cioè dell' arcidiacono ch'è la prima, del- l' arciprete^ di due primiceri , del cantore e del sacrista ; di dieciolto canonici, comprese le prebende del teologo e del penitenziere, de' qua- li dieci sono dell' ordine de' preli ed otto dell'ordine de' diaconi ; di Irenlasei mansionari o cappellani partecipanti, chiamati di Massa, e di altri preti e chierici addetti al servigio divino. Nella cattedrale vi sono diverse reliquie^ oltre il corpo di Si Corrado, ed il fonte battesi- male : la cura d'anime si esercita da un canonico dell' ordine presbi- terale per l'arciprete. 11 palazzo vescovile è un buon edifìzio. Inol- tre nella città sonovi due altre chie- se parrocchiali munite del battisle- rio, religiosi, monache, conservato- rio, diverse confraternite, ospedale, monte di pietà, e cospicuo semina- rio di 170 alunni. Prima eranvi cinque conventi di religiosi, una grangia di celestini dell'abbazia Da- miana, un insigne collegio di gesui- ti, ed un monastero di monache. Le diocesi unite si estendono per circa nove miglia di territorio, l fruiti uniti delle tre mense sono tassati ne' libri della camera apo- stolica in fiorini i54, e le rendite si valutano circa a 3ooo ducati napoletani.

MOLINA Gaspare, Cardinale. Ga- spare Molina e Oviedo, nacque in Merida nell'Estremaduia, provincia della Spagna. In età di quatlordi-

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ci anni, nel 1694, contro la vo- lontà de' genitori abbracciò l' istitu- to degli eremitani di s. Agostino, e dopo di avere con succ\isso ap- plicato alle scienze, fu incaricato di insegnarle dalle cattedre del suo ordine, dove ottenne onorevolissinu gradi, e tra gli altri quello di pro- vinciale della provincia romana, ut occasione che si trovò in Roma al capitolo generale col carattere di defìnitore. Compito il suo governo, léce ritorno in ìspagna assai istrui- to intorno alle materie che occor- rono di doversi trattate nella curia romana, il perchè veniva sovente consultato intorno alle diiferenze che insorgevano tra il vSacet'dozio e r impero, lo che gli guadagnò la a- zia del re di Spagna, come pro- clive in sostenere e difendere le dottrine e opinioni dei realisti. Con questo acquistatosi del credito, fu dichiarato assistente generale delia Spagna e delle Indie, onde dovet- te di nuovo intraprendere il viag- gio di Roma, dove in qualità di teologo intervenne al concilio cele- brato in Laterano da Benedetto XIII. Quindi il re nel i ySS lo nominò alla chiesa di Cuba nell'America oc- cidentale, e tredici giorni dopo l'epi- scopale consecrazione fu trasferito al vescovato di Barcellona. Non potè però condursi alla sua chiesa, per- chè il re lo elesse commissario ge- nerale della crociata, e presidente del regio consiglio di Castiglia. In- tervenne a mezzo di legittimo pro- curatore al concilio provinciale ce- lebrato nel 1733 dall'arcivescovo di Tarragona. Clemente XII nel 1734 lo trasferì alla chiesa di Ma- laga, ma impedito da gravissimi af- fari neppur dessa potè vedere. Ciò non pertanto egli si mostrò liberale, massime nel sovvenire i poveri del-

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la diocesi. Finalmente ad istanza del re, a' 3o dicembre 1787 Cle- mente Xli lo creò cardinale dell'or- dine de' preti, ad onta delia sua ripugnanza, per ritenerlo uomo so- verchiamente attaccato alle opinio- ni oltramontane, e poco affetto al- la santa Sede. Tuttavolta fregiato della dignità cardinalizia sembrò che si moderasse nelle sue opinio- ni, come lo dimostrò col fatto, a- vendo quietato alcune controversie eh* eransi destate nella Spagna coi ministri della corte di Roma. Del rimanente fu uomo quanto amante della giustizia, altrettanto fermo e costante, e forse troppo precipitoso nel risolvere, ed assai pronto ed efficace nell' eseguire. Lasciò una biblioteca di scelti e pregevoli li- bri al convènto degli agostiniani di Siviglia. Colpito da repentina morte, compì il numero de' suoi giorni in Madrid nel i744> '" ^^"^ di 65 anni, ed ebbe sepoltura nel- la regia chiesa di s. Filippo del suo ordine, innanzi 1* altare mag- giore.

MOLINA Luigi. Spagnuolo di Cuenca, entrò nella compagnia di Gesù nel i553 ; fece i suoi stu- di a Coimbra, fu professore di teo- logi per venti anni nella università di Evora in Portogallo^ e morì a Madrid nel 1600 d'anni sessan- tacinque, dopo aver composto di- verse opere, i." Comment. in pri- mam partem d. Tlwmae. 2.° De justitia et j lire. Ma gonza 1659, e Ginevra 1732. 3." De concordia grati ae et lìberi arbitrii , et ap- pendìx ad eadem concordiam. Il libro della concordia della grazia e del libero arbitrio venne alla luce in Lisbona nel i585 ; l'appendice si pubblicò nel iSSg. Esso com- parve con l'approvazione del cen- VOI. xivi.

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sore e la dedica all'arciduca d'Au- stria inquisitore generale del regno; fu dappoi stampato a Lione nel 1593, a Venezia nel i594, ed in Anversa nel 1595. In tale libro espo- ne il sistema che poscia venne agi- tato nelle scuole, e fece nascere le famose dispute sulla prescienza, la provvidenza, la grazia e la prede- stinazione di Dio, e fu chiamata controversia e questione della gra- zia e del libero arbitrio, della qua- le si parlò in alcuni luoghi, e si possono vedere gli articoli Pela- GiANi e Sémi-pelagiani. Il libro fu attaccato vivamente dai domenica- ni, che lo denunziarono alla inqui- sizione di Spagna, accusando T au- tore di rinnovar gli errori de' pe- lagiani e semi-pelagiani , indi a quella di Roma sotto Sisto V. Le parti disputanti si censurarono con tesi, con sermoni e con una molti- tudine di scritti. Quindi Clemente Vili volendo che la controversia si esaminasse con rigore e impar- zialità, deputò la celebre congrega- zione de aiixdiis divinae gratiae, così detta perchè si trattava di e- saminarvi la natura de* soccorsi della grazia, e la maniera con cui ella opera, congregazione della qua- le tenemmo proposito nel voi. XVI, p. 147 e 148 del Dizionario. Agli esaminatori teologi deputati, volle Clemente Vili fossero aggiunti i car- dinali della congregazione della in- quisizione, ed i generali de'due ordi- ni litiganti domenicani e gesuiti, e che le due parti proponessero alla sua presenza le loro ragioni. Morto il Papa senza vedere terminata la questione, i cardinali stabilirono in conclave che chiunque fosse eletto a succederlo vi ponesse fine . Leone XI visse pochi giorni, e Paolo V avendo assistito a dieci congrega- 3

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zioni, niente volle pronunziare, so- lo proibì ai due parliti oHendersi e molestarsi vicendevolmenle, e per- mise alle due religioni di poter in- segnare nelle loro scuole l' uno o r altro sistema contrastato della grazia, purché lo facessero con quel- la savia e rispettosa moderazione che conviene a teologi cattolici, principalmente religiosi; determina- zione che confermarono Urbano Vili, Innocenzo X ed Alessandro VII. Dice il Dergier, il quale ripoita il sistema di Molina, che dopo que- sto spazio di tregua è slato inse- gnato il Molinismo (che alcuni per sbaglio dissero M olino si sino ^ Vedi)^ nelle scuole come ufi' opinione li- bera; ebbe però avversari implaca- bili negli agostiniani veii o falsi, e nei tomisti, i quali come i gesuiti pubblicarono alcune storie e atti della mentovata congregazione de auxiUis . La maggior parte dei fautori della grazia efficace per slessa, sostenero che il molinismo rinnovava il semi-pelagianismo; ma il celebre domenicano p. Natale Ales- sandro, sebbene tomista, nella sua Storia eccl. del F seco lo ^ cap. 3, n. 3, § i3, risponde a certi accusatori, che il sistema di Molina non es- sendo stato condannato dalla Chie- sa, ed essendo tollerato come le al- tre opiniani scolastiche, si offende troppo la verità e la giustizia pa- ragonandolo agli errori sia dei pe- lagiani, sia dei semi-pelagiani. Questo punto solidamente sostenne ancora Bossuet, Avveri, ai protestanti i e 2. Conchiude il Bergier il suo artico- io sul p. Molina così. « Ci credia- mo obbligati di giustifìcaie da ogni errore il sistema di Molina, senza volere perciò provarlo ne adottarlo. Alcuni celebri teologi ammettendo la sostanza di questo sistema, han-

M O L no mitignlo alcuni articoli, e pre- venuto delle conseguenze, e perciò chiamasi il congruismo mitigato, ed è una ingiustizia confonderlo col molinismo. E però ancor piti rin- crescevole vedere che alcuni teolo- gi tacciano di pelagianismo e di semi-pelagianismo tutti quelli che non pensano com' essi, quando la Chiesa non ha pronunziato, ed i sommi Pontefici proibirono di da- re tali qualificazioni. Un tale pro- cedere non è atto a prevenire gli spiriti giudiziosi in favore dell'opi- nione che abbracciarono e che so- stengono questi temerari censori ". I saggi teologi si astengono dall' e- saminaie tali questioni profonde, cui forse non è dato all' uomo di chiarire.

MOLINO Giovanni, Cardinale. Giovanni Molino nobile veneto, nac- que a*i6 aprile 170 5 in Venezia. Ricevette un'educazione letteraria e religiosa conveniente alla sua na- scila, ed egli vi corrispose con np- plicazfone costante allo studio, di- venendo perito nelle filosofiche e legali discipline. Sostenne egregia- mente una disputa sulla storia del- la chiesa di Grado e del patriar- cato di Venezia, che poi illustrò con singolare erudizione. Fer la repu- tazione che si formò e per la lo- devole condotta con cui si distin- gueva, vacato r uditorato di rota per la promozione al cardinalato di Carlo Rezzonico, poi Clemente Xlll, venne nominato a succederlo nel cospicuo tribunale a' 2 giugno 1739, dichiarandolo uditore Cle- mente XII. Dopo avere egregia- mente esercitato l'unìzio per sedici anni, come si può vedere nelle sue Decisioni stampate in quattro tomi. Benedetto XiV nel concistoro dei 17 febbraio 1755 lo preconizzò ve-

MOL scovo di Tìrescia, per la cui con- sacrazione diresse al clero e popo- lo della diocesi una pastorale di elegantissimo stile, grave per le sen- tenze che contiene, in cui si vede il linguaggio di s. Leone l Magno. La sua pietà, zelo pel gregge, ed altie virtù gli procacciarono l'amo- re de* bresciani, imitando gli illu- stri suoi predecessori, sia in pru- denza, che in generosità e difesa dell' episcopale giurisdizione. Visitò la diocesi, fece rifiorire la discipli- na, istituì per la diocesi un luo- go di educazione per la gioventù, aumentando con cattedre ed alun- ni il seminario della città. In pre- mio di tanti meriti. Clemente XllI a' 1 3 novembre 1761 lo creò car- dinale dell' ordine de' preti, e gli spedì a Venezia la berretta cardi* milizia per l'ablegato monsignor Giuseppe de Renaldis friulano, suo cameriere segreto partecipante e bi- bliotecario. L'arciprete di Breno Marcantonio Campana pel Rizzar- di pubblicò nel 1763 in Brescia : Orazione per la promozione alla porpora del cardinal Giovanni Mo- linoj ed il Sambuca ; Lettere pel cardinal Molino, Brescia 1764. Eb- be per titolo la chiesa di s. Sisto, e per congregazioni quelle de' ve- scovi e regolari, della visita apo- stolica, dell' indice, e delle indul- genze e sacre reliquie. Per l'amo- re che portava alla scienza, la mu- nicipalità di Brescia lo elesse pro- tettore -della biblioteca Quiriniana, che arricchì di scelti libri, meda- glie ed altro, venendo celebrato con splendidi encomi neW Jdditanientuni alla Tiara et purpura veneta. Il cardinale abbandonò il vescovato di Brescia, per non obbedire alle leggi del seinato veneto, intorno al- le persone regolari ed agli ordini

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religiosi, dicendo non poterle ese- guire senza un comando espresso del Papa. Si ritirò quindi presso i benedettini in Feirara, ed il senato gli sequestrò le rendite della men- sa vescovile. Clemente XI II non solo gli accordò generoso asilo, ma lo soccorse del bisognevole. Inter- venne al conclave per l' elezione di Clemente XIV, il quale lo ri- mise in grazia della veneta repub- blica, e gli ottenne quanto doman- dò; però il Papa gì' impose uni- formarsi alle leggi da essa emana- te, il che molti criticarono. II car- dinale morì in Brescia d'anni 68, a' i4 marzo 1773, venendo espo- sto e sepolto nella cattedrale.

MOLINOSISMO o QUIETIS- MO. Dottrina falsa e condannala di Michele Molinos sacerdote spa- gnuolo, e dottore della diocesi di Saragozza, ove nacque nel 1627. Portatosi a stabilirsi in Roma_, sot- to un esteriore di pietà, si acqui- stò la riputazione di gran direlto- je di spirito, procacciandosi ezian- dio la grazia e benevolenza d* In- nocenzo XI. Seppe talmente cuo- prire la sua malvagità, che non es- sendosi mai accostato al tribunal della penitenza prima di celebrare, dal 1675 al i685, e benché occul- to sucido adultero, era tenuto per mistico dottore. Col suo libro : Guida spirituale y che conduce V a- ninia per un cammino interiore et conseguire la perfetta contempla- zione ed il ricco tesoro detta pa- ce interiorey fece un male immen- so, poiché venne stampato in Ro- ma nel 1675, in Madrid nel 1676, in Saragozza 1677, ed in Siviglia nel i685, come rileva il Bernini, Storia dell'eresie t. IV, p. 712. Con esso questo famoso ipocrita cor- ruppe molte dame e molte perso*

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ne ti' ogni condizione, insegnando loro (per veiilidue anni che in Ro ma vi>se in concetto d' insigne san- tità) che chi una volta giunge col- r anima a Dio per mezzo delVora- zione della quiete, non può mai peccare colla volontà, inducendo con questa massima della quiete i suoi seguaci, con una vantala so- spensione immaginaria de'sensi, nel- le più riprovevoli brutalità, onde potesse restar paga ogni disonesta sensualità. 11 cardinal Innico Ca- racciolo scuopri nella sua arcidiocesi di Napoli questo occulto veleno, e le nuove opinioni false e dannose sul- la misticità, laonde nel 1681 ne avvisò Innocenzo XI affinchè lo reprimesse. Lo stesso fecero alcuni vescovi di Francia ed altri d'Ita- lia, per lo che il Papa con lettera circolare fece conoscere il pericolo e il rimedio per tanto male ; scri- vendone pure a' vescovi italiani ai i5 febbraio 1682 a nome della congregazione del s. offizio, e con pressanti termini, il cardinal Alde- rano Cibo. Sebbene V autore di si esecrando errore avesse co' suoi se- guaci vasta corrispondenza, onde gli furono trovate dodicimila lette- re d'ogni parte del mondo, e quat- tromila scudi raccolti da tassa per lui imposta ai corrispondenti per direzione di spirito, onde supplire alle spese di posta (come notò il VaciccheWi, Epist.famil. t. I,p. 220), ciò non pertanto con tutte le dili- genze d' Innocenzo XI non si po- teva conoscere. Alla fine riuscì a scuoprirlo al p. Segneri celebre ge- suita, per cui fatto secreto proces- so dair inquisizione, fu Molinos ar- restalo a' 18 luglio i685 nella ca- sa che abitava ai Serpenti, e con- dotto alle carceri di s. offizio. Com- messo dal Papa agl'inquisitori l'e-

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sa me della Guida spirituale , fu tro- vato che r orazione della quiete, immaginata un tempo da alcuni monaci dell' oriente, erasi dal Mo- linos rinnovala per cuoprire i lus- suriosi disordini eh' egli voleva ve- lare con ombra di divozione. La Spagna a mezzo de* suoi inquisitori a' 24 novembre i685 proibì rigo- rosamente questo libro, il quale con più solenne preciso decreto dell'in- quisizione romana fu a' 28 agosto 1687 pi'oibito con ogni qualunque altro hbro del Molinos, donde fu- rono estratte sessantotto proposizio- ni (queste sono riportate dal citato Bernini col decreto dell'inquisizione, p. 7 1 5), dichiarate eietiche, scanda- lose, bestemmiatrici, e confessate per sue da lui medesimo nel processo. Questo disonesto ecclesiastico, il più sozzo dopo i gnostici e turlepini, con- vinto Aoì^movv'ìào quietismo, d'an- ni 60 fu condannalo abiurar pubbli- camente i suoi errori nella chiesa di s. Maria sopra Minerva, ciò che fece sopra un palco, a' 3 settembre 1687, alla presenza del sacro col- legio e d' infinito popolo, al quale era slata promessa per l'interven- to all' atto V indulgenza di quindici anni ed allrettanle quarantene; e ad ogni disonestà che il popolo udì nella lettura del processo, gridò fuoco, fuoco. Ricondotto alla car- cere dell' inquisizione, Molinos vi restò in vita, colla penitenza di confessarsi quattro volte all'anno, recitando ogni giorno il Credo, e la terza parte del Rosario. A questa abiura seguì la bolla d'Innocenzo XI, Coelestis Pastor, de'20 novem- bre 1687, ^"^^- ^^'"- '• ^'*'' P- 44 1> di condanna formale alle ses- santotto proposizioni, e di proibi- zione delie opere da lui composte tam edita quani manuscripta. Morì

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f infelice Molinos in carcere a' 28 dicerabi'e 1696, dicesi peni tenie. Fu dato a' suoi seguaci il nome di quietisti^ perchè facevano consisleie la suprema perfezione nell' annichi- larsi per unirsi a Dio, e fissarsi in una semplice contemplazione di spi- rilo, senza riflessione e senza in- quietarsi per ciò che può succedere nel coi'po, ciò ch'essi chiamavano orazione di quietiludine. Noteremo che questo nome fu dato nelUi chiesa greca, e nel secolo XIV, ad alcune persone le quali si vantavano d' una tranquillità di spinto straordinaria, e dicevano averla acquistala colla preghiera, chiamandosi con greco \oca\ìo\o esicasta, che significa qiiie- tista^ cioè persona che tiensi in ri- poso per attendere piìi comoda- jnente alla contemplazione delle co- se celesti. Questo medesimo nome fu dato neir antichità a quei mo- naci, che unicamente occupavansi della preghiera. Nel detto secolo XIV vi furono de' quietisti anco in occidente, che stavano sempre seduti ed affatto in ozio, senza al- cuna occupazione interna ed ester- na ; falso e cattivo riposo, che pro- duce air uomo ignoranza e accie- camento, per cui si accontenta di stesso, dimenticando affatto Dio e ogni altro suo dovere. All'arti- colo Beguardi parlasi di altri falsi spirituali.

Alla stessa prigionia e abiura di Molinos furono condannali a' 4 set- tembre 1687 i due fratelli Simone Leoni sacerdote e confessore nel monastero de' ss. Quattro, e An- ton maria Leoni laico, ambedue di Cambiglio presso Como e primari discepoli del laidissimo Molinos. Il secondo avea inoltre erroneamente interpretato molti passi della saera Scrittura, e gravemente dissemina-

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to perniciosissimi errori : per due mesi si ostinò nella perfidia, ma ne'dieci giorni assegnatigli per rav- vedersi, abiurò gli errori e fu con- dannato a carcere perpetua in Ca- stel s. Angelo, e alla quotidiana re- cita del Credo e Rosario. Con al- tro decreto dell'inquisizione romana de' i5 febbraio 1688, fu ancora condannata la Contemplazione mi- slica^ del cardinal Pietro Matteo Petrucci vescovo della sua patria Jesi, come infetta degli errori di Molinos e stampata; il cardinale ne abiurò gli errori, e diede segni di profonda umiltà col voler rinunzia- re a tutte le dignità. Altro sedot- to del molinosisrao fu Francesco Malvai (pretendeva essersi immerso prima di lui in questa falsa spiri- tualità), ma pentito scrìsse anzi la vita di s. Filippo Benizi. Successo nel 1689 ^^ Innocenzo XI il Papa Alessandro Vili, con gran dili- genza estinse le reliquie del mo- linosismo, senza riguardo a perso- ne. Siccome per le biografie de* Pon- tefici, seguo in gran parte il No- vaes ex-gesuita, in quella di Ales- sandro Vili scrissi con lui , che si adoperò ad estirpare il Molinismoj egli intese dire MoUnosisnio , per- chè come dotto gesuita sapeva be- ne che il Molinismo^ dottrina del suo confratello p. Molina (Fedi) ^ non è condannato, come dichiaram- mo a quell'articolo. Che il moli- nosismo erasi introdotto in Francia^ lo dicemmo pure a quell'articolo, parlando del celebre Fénélon, oltre alla sua biografia, ove riportammo l'eroico modo cui riprovò 1' errore condannato da Innocenzo XU , in un al suo libro Massime de* santi sopra la vita interiore. Il quietismo \uolsi trasportato in Francia dal p. Francesco de la Combe barnabita,

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e da mnclama Giovanna Bouviers de la Molle de Giiyon, argomento che ▼enne egiegiamenle Iratlato dal p. d. Innocenzo Masson generale dei certosini, nella vita che scrisse di monsignor Giovanni d'Aranlhon ve- scovo di Ginevra, e poi per occa- sione di due avversari die Io im- pugnarono su questo aflare, nella risposta inlilolata ; Eclaìrcissements sur la i'/e (le misscre Jtan d'Iran- tlion, Chambery 1700. Vi è anco- ra : La rovina dtl quietismo e del- l'amor pwv, del p. Guglielmo Felle domenicano, Ginevra 1702. Men- tre il quietismo cominciavasi pei no- minali personaggi a propagare per Ja Francia, con gravissimo dainio della religione, Noailles arcivescovo di Parigi, Bossuet vescovo di Meaux, Godei Desinarelz vci^covo di Char- Ires, con Gronzon superiore del se- minario di s. Sulpizio, mossi dalle conseguenze che potevano nascere da queste spiritualità, uniti nel ca- stello d'Issy presso Parigi, d'ordine di Luigi XlV, procuralo dalla Gu- yon per mezzo di madama Main- tenon, sentendo i rumori che con- tro la sua dottrina si spargevano, nel primo marzo 1694 formarono Irtntaqualtro articoli per dirigere le anime pie nell'orazione e via spirituale. Madama Guyon fu quin- di rinchiusa in un monastero di ]}-'arigi, e dal suo arcivescovo gli ven- ne proibito di più scrivere su que- ste materie, e Fénélon strettamen- te ad essa unito dovè sottoscrivere tali articoli. Bossuet (Fedi)en\.vo in combattimento con Fénélon, e pub- blicò: Istruzione sopragli stali del- l'orazione, nella quale sono esposti gli errori de^ falsi mistici , cogli alti della sua condanna, j6 aprile 1695. Istruzione sopra gli slati delCora- zioncj ed alti della condanna dei

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quietisti, 1697. Dichiarazione de^ tre vescovi, 6 agosti! i6qj. Sommario della dotti ina del libro che ha per titolo: Spiegazione delle massime dei santi di Fénélon^ 10 agosto; iutli nel principio del 1698: Diversi scritti e memorie che riguardano il libro della spiegazione, ec. con al- tri che si leggono nel t. Vili delle Opere di Bossuet, ristampato in Venezia colla data d'Ai gentiua , il qual tomo usci nel 1755^ e contie- ne tutta la controversia del quie- tismo, come nota il Zaccaria, Sto- ria lett. d' Italia. Fénélon volendo Scansare la censura de' suddetti pre- lati, sottomise il suo libro ad In- nocenzo Xll, che Io condannò a' 11 marzo 1699 con ventitré proposi- zioni riportate dal Bernini a p. 74^1 ed egli pienamente vi si sottomise, e riparò Io scandalo nel modo il più luminoso. II Grancolas scrisse contro il quietismo, ed il Carpzo- vio una dissertazione sul quietismo. Avverte il p. Bergier, che se Moli- nos insegnò il quietismo il più ec- cessivo, e portato sino alle ultime conseguenze, i quietisti di Francia però non dierono ne'suoi errori ma- teriali^ anzi professavano di dete- starli.

MOLONACO (s.), vescovo in I- scozia. Fiorì nel settimo secolo, e divise le fatiche apostoliche di s. Bonifacio di Ross. Le sue reliquie si custodivano anticamente con mol- ta venerazione a Murlach ed a Lis- mora. II suo nome era un tenjpo celeberrimo nella Scozia, e la sua festa è segnata a' i5 di giugno.

MOLTO ILLUSTRE, Molio Re- verendo. Titoli d'onore che si danno a' secolari e religiosi. JVe tratta il J^arisi, Istruzioni per la segreteria. Osserva che il titolo A' Illusi re (Fe- di) e quello di Molto illuslre che

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sul principio del secolo XVT soleva darsi a' principi cadetti, passò poi ad onorar la plebe, e fu la sorgente di mille conlese e prammatiche, di cui parlai ad analoghi ai ticoli. Quin- di il titolo di Molto eccellente si unì coir Illustre e Molto illustre; del titolo Eccellente^ ne trattai al- l'articolo Eccellenza. All'articolo Il- lustre vi sono diversi esempi sui titoli di Molto illustre e Molto re- verendo Signore; di Mollo reveren- do ed illustre; d'Illustre e Molto reverendo; Molto illustre e Molto reverendo; Molto illustre e Molto eccellente Signore^ ed altri, ed a chi si davano. Il Parisi riporta ancora esempi di essersi usato il Molto Ma- gnifico, redi Reverendo e Magni- fico.

MOMPIZIO o BRIÈ Simone, Cardinale. V. Martino IV Papa,

MONACA, Monacha, virgo de- votay sanctinionialis. Religiosa zitel- la o vedova consagrata a Dio coi tre voti solenni di castità, povertà ed obbedienza, in un ordine appro- vato dalla Chiesa, e vivente in un monastero sotto una certa regola, vestita di abito uniibrme all' istitu- to che professa. Allorché la brama di servire più perfettamente Dio indusse gli uomini a ritirarsi nella solitudine per attendere unicamen- te alla preghiera ed al lavoro, fu- rono ben presto imitati da perso- ne dell' altro sesso che abbraccia- rono lo stesso genere di vita. In origine le persone che abbraccia- rono la vita religiosa non ebbero altro disegno, che di servire Dio più perfettamente che nel mondo, e santificarsi colla preghiera, col silenzio, col lavoro, coi servigi del- la carità scambievole. Col crescere i monaci si aumentarono le mona- che, come vi fu un tempo di de-

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cadenza pei monaci e per le mo- nache. Sorsero poscia nuovi ordini religiosi, ed ebbero le loro mona- che; così gli ordini militari, eque- stri ed ospitalieri, i quali contaro- no le loro militissae^ e(juitissae^ hospitalariae, se non che in luogo di guerreggiare, si riunivano queste sante donne a faie orazioni nel tempo de' combattimenti, e prov- vedevano colle loro mani il vestia- rio pei cavalieri, indi ricevevano e curavano i feriti, e persino prepa- ravano i foraggi ed i viveri, di che diffusamente parla il p. Ono- rato da s. Maria nelle sue Dis- sertazioni storiche e critiche sopra la cavalleria antica e moderna y se- colare e regolare^ Biescia lyGr. Le antiche monache de* primi or- dini monastici, ad esempio de' mo- naci furono impiegate in copiar co- dici e libri, come attestano il p. Mabillon, praefat. n. LII ; ed il Lami, De foeminis notariis et anti- quariis p. 669. E pur noto, che inventata più tardi la stampa, le monache furono stampatrici, impri- mendo libri adatti alla professione religiosa. Ma dei pregi delle donne anche religiose, se ne parla a Don- na ed altrove. In progresso di tempo si formarono diverse congregazioni de'due sessi, che sono dedicate anche al servigio del pubblico, mas- sime dopo la fondazione de Chierici regolari (f^edi), benché già eransi distinti nella pubblica istruzione i benedettini ed i canonici regolari, anzi Clemente V provvide energi- camente alla ripristinazione delle scuole claustrali. Intrapreso da tali congregazioni il geloso ramo dell'e- ducazione civile e religiosa, fu al- lora che non potendosi di tale lo- devole scopo defraudare il sesso mu- liebre, alcune pie donne sull' csem-

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pio de' fondutoi'i delle congregazio- ni regolari, si unirono per stabilire ancor esse luoghi d'istruzione, scuo- le e lavorio per le donzelle. Que- ste femmine educatrici, senza profes- sar voti solenni , adottarono abito uniforme, professando vita esempla- re, talché si rispettarono come mo- nache claustrali per istruire , edu- care e conservare le figlie nel buon costume : dal che nacque il voca- bolo di Conseivatorii (f^edi) a que- sti luoghi di educazione, come ne furono eietti per togliere dai peri- coli le orfane, le abbandonate, ed altre esposte al malfare. Si fonda- rono altresì monasteri per donne che si convertirono dalla vita cat- tiva che aveano menata, professan- do regole di penitenza, come dicem- mo a Meretrice, ove si fece men- zione di quelle che si segnalarono nella penitenza ne' primi tempi del- la Chiesa, ritirate in aspre solitu- dini. Alcune pie vergini presero an- cora la cura dei poveri e degli in- fermi, o negli ospedali, o nelle lo- ro case, ed aprirono scuole di ca- rità. In oriente le superiore delle sacre vergini si chiamavano anime cioè madri, che s. Agostino appel- la preposi te, e s. Benedetto abba- desse.

Sino dai piti antichi secoli le monache appellaronsi con diversi nomi, ascetriae^ nonnae, moniales^ tnonastica^ caslimoniales, sanclimO' nialeSf velalae, sponsae Domini^ so- rores, ancillae Dei, reclusae, cano- nicaCf saeculares^ virgines prh'atae, viduae velatae. Sino dal V secolo s'introdusse il titolo di Abhadessa (Fedi)j dato alla Superiora o Prio- ra del Monastero (Fedi), chiaman- dosi generale , presidente , vicaria , o con altre denominazioni le supe- riore generali di alcune delie cou-

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grt'gazioni di religiose. AnlicamenlQ le abbudesse furono polenti ed an- co signore di domiuii temporali , di che parlasi a' loro luoghi. Le mo- nache come i religiosi hanno uiHzi con eguali titoli, come di segreta- ria, camerlenga, sagrestana, maestra di novizie, portinara, ec. Da sorel- le le monache diconsi Suore (Fedi), monache coriste , monache velate , mentre le religiose incaricate degli ufìizi minori si chiamano Converse (Fedi). 11 Parisi nelle sue Istru- zioniy avverte a quali monache si dica Fostra riverenza. Madre, Suor, Donna, Molto reverenda, ovvero Mollo reverenda Madre, Reverenda madre, usandosi colle converse il solo titolo di Suor o Suora. Moltissimi sono gli articoli in questo mio Dizio- nario riguardanti le monache, ed innumerabili i luoghi in cui di esse parlasi, oltre tutti gli articoli dei diversi istituti esistenti che non più esistenti. Che la verginità fu in islima e venerazione anco presso i gentili, lo si dice a Ver- gini. /^.Celibato. Per le monache e religiose, i conci lii, i Papi, i ve- scovi ed altri emanarono utili prov- videnze, le principali delle quali sono riportate a' loro articoli.

La vita monastica degli uomini principiò colla Chiesa, e con regole cominciò in Egitto verso la metà del secolo 111; nel seguente s. Basilio fondatore de* basiliani, parla de'nio- nasleri di religiose, ne' quali vi era una superiora, cui tutte le altre do- veano obbedire; iiiculca loro gli stes- si doveri e le medesime pratiche che avea prescritto a' monaci j ve- nerandosi per fondatrice delle Bar sdiane [Fedi) la sua sorella s. Ma-r crina; e s. Giovanni Grisostomo te- stifica che in Egitto le radunanze ^eile vergini erano quasi tutte uu-

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merose come le case dei cenobiti, e Joda le vedove che giorno e iiotle celebravano le lodi di Dio, Oltre queste vergini e queste vedove vi- venti in conmune, senza dubbio al- cune altre dimoravano presso i loro parenti, e si distinguevano dalle al- tre persone del loro sesso colla vi- ta più ritirata, cogli abiti piti mo- desti , colla pietà più esemplare ; roa sembra che nell'oriente, ovun- que si trovarono in gran numero, si giudicò utile che vivessero in co- mune in uno stesso monastero, sot- to una regola uniforme. Altri vo- gliono che l'origine delle monache rimonti ai tempi degli apostoli, poi- ché s. Paolo esortò allo slato celi- be e verginale, ed il loro discepolo s. Ignazio, ep. ad Tarsenses, ram- menta : Eas quae sunt in virginì- tate, ho fiorate ut sacrai Chris ti. Lo si esso, weW'ep. ad Philip penses, di- ce : Saluto congregadonem virgi- iiuni. S. Cipriano che patì il mar- tirio nel 258, néì'ep. 5i scrisse : Jloret Ecclesia tot virginibus coro- nata, et casti tas ac pudicitia teno- reni gloriae suae servai. Il To- massini, Discipl. ercl. t. I, I. 3, e. 2, n. 9 e 10, dice che s. Paolo avvisa che nei primi lenjpi del cristiane- simo incominciò l'istituto delle don- zelle che consagrano a Dio la pro- pria verginità , essendone segno il velo; osservando il Rinaldi all'au- uo 5j, n. 5S, che ne' primi lenjpi della Chiesa incominciarono i col- legi delle sante vergini e vedove, detti, poi monasteri. Che alcuni di loro ne' primi tre secoli vivesseio in compagnia di altre vergini fuori ^ella casa paterna , lontane dalle domestiche cure, e occupate unica- mente alla contemplazione delle co- se celesti e alla mortificazione dei sensi, lo afiferma pure il Rodotà,

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Del rito greco, lib. II , cap, XIV. Egli riferisce che la maggior parte degli scrittori più giudiziosi danno la gloria a s. Sinicletica alessandrina , che fiori nel tempo di s. Antonio, d'essere stata la madre delle reli- giose, e fondatrice di donne viventi in perfetta comunità, avendo fon- dato i primi monasteri delle ver- gini nella solitudine, come s. Anto- nio istituì i primi cenobi de' mo- naci nel deserto; onde al pari dei monasteri degli uomini sono anti- chi i chiostri delle vergini : quanto all'epoca in cui morì s. Sinicletica, alcuni la riportano al fine del IH secolo, altri al 3io, o 358, o 365. JNoteremo che attribuendosi comu- nemente l'istituzione della vita re- golare delle sacre vergini a s. An- tonio abbate, s. Atanasio nella sua vita riferisce che pose la di lui stes- sa sorella a presiedere ai monasteri da se istituiti, e la visitò menUe era modello alle monache di tutte le virtù. J^. Ordini remgiosi.

11 padre Bonanni nel Catalo- go degli ordini religiosi, nella par. 2, p. 70 e 81, riporta Je figure delle monache di s. Macario nel- l'Egitto, e di s. Pacomio o Taben- nesi. Delle prime, osserva che s. Ma- cario fu per novant' anni discepolo di s. Antonio, che in questi ebbero i monaci uno specchio di santità, così le sacre vergini in Sindetica o Sinicletica, la quale alcuni dissero superiora delle monache del s. Se- polcro fondato in Gerusalemme [E e- di) da s. Elena imperatrice l'anno 337 : aggiunge che le monache d'E- gitto vestivano di color leonino o cappellino, usando sopra le vesti pelle o cappa nera, sebbene s. An- tonio alcune volte vestì lana bian- ca. Quanto alle monache di s. Pa- comio, egli pose ne' monasteri da

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lui rondati la propria sorella per mndre; ed il p. Bouanni dice die in Tabenne, luogo della Tebaide, ai ten)[)i di s. Girolamo erano molti monasteri di monache istituite nel 340, uno de' quali ne contava quat- trocento, essendo divisi da un fiu- me quelli degli uomini fondati da s. Pacomio, morto nel 4^^ ^^^^c sole feste un sacerdote e un dia- cono si recavano ai monasteri pel ministero del di via sagramento. I cadaveri delle monache venivano decentemente sepolti nella loro se- poltura presso i monaci ; le mona- che tabennesi erano vestite di to- naca nera con scapolare grigio fre- giato di croce bianca sul petto , mentre l'immagine della sorella di s. Pacomio ha diverse crocette in- torno il cappuccio e mezzetta. II medesimo p. Bonanni par. 3, p. i5 e 16, traila delle monache di s. I- larione e dell'Egitto. Delle prime narra che s. llarione si portò dalla Palestina per l'Egitto onde appren- dervi da s. Antonio la vita anaco- retica. Tornato in Palestina fondò monasteri, ed a sua imitazione cer- ta Maria verso il 325 promosse l'i- stituto di vergini solitarie, dando lo- ro regole uniformi a quelle di s. llarione. Dice ancora che Maria di- venne superiora del monastero del santo Sepolcro mentovato, e che fu madre e fondatrice di molte monache, le quali vestivano to- naca grigia , con mantello cor- to e chiuso, di color lionato: co- privano il capo d'un panno nero, cinto sopra la fronte con fascia bianca. Parlando poi delle mona- che d'Egitto, il p. Bonanni riferi- sce che s. Antonio col suo esempio e regole di vivere santamente, fu imitato non solo da un gran nu- mero d'anacoreti, ma anco da un

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gran numero di donne, dopo che 8. Sindetica vergine rilirossi nel de- serto della Tebaide, istituendo un monastero di romite di cui fu ma- dre e superiora, seguendo la rego- la di s. Antonio. Vestivano abito color leonino, con lungo mantello nero chiuso nel collo: cuoprivano il capo e le spalle con panno bian- co. InOxirimquo città dell'Egitto, lungi 3o leghe da Menfi, oggi Beh- neci, riferisce Rufino, De vita pa- truni lib. 1, cap. 5, che vi erano diecimila monaci e ventimila mo- nache. Tale è l'origine delle mo- nache nell'oriente, al cui esempio presto ebbero origine quelle d'occi- dente.

Le monache d'occidente si diffu- sero prima in Italia, e specialmen- te in Roma. Se ne attribuisce Tin- ti oduzione a s. Atanasio, a s. Am- brogio, a s. Martino di Tours, ed in Africa a s. Agostino: su di che sono a vedersi le loro biografie e gli articoli Milano, Agostiniane, Canonichesse, Ippona, e quanto sul- r origine delle monache in Roma ed in Milano dissi nel voi. XX, p. I 1 3 e I 1 4 del Dizionario ed altrove. Si celebra s. Agostino ve- scovo d' Ippona, come il primo che abbia istituito una congregazione di religiose, e che per loro compose regole che ne porta il nome, men- tre è noto che sua sorella Prin- cipia ne fu la prima superiora, ta- le da lui dichiarata. E difficile fis- sare l'epoca precisa in cui le mo- nache cominciarono a far profes- sione solenne di verginità, riceven- do dal loro vescovo il velo e l'a- bito monastico. All'articolo Mitra parlammo di quella o cuffia che per distinguersi portavano le mo- nache in Africa, che s. Girolamo chiamò slammeum \'ir^inale, osseo-

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(lo di Iona color di porpora. Nel 111 secolo Tertulliano, nel suo trat- talo De virginihus velandis, non solo parla delle vergini consecra- te a Dio, ma di tutte le giovani zitelle, quali voleva che avessero sempre il volto coperto. Sui primi esempi della piofessione solenne, si riporta quello di s. Marcelli na so- rella di s. Ambrogio, che ricevette l'abito e il sacro velo dalle mani del Papa s. Liberio, il giorno di Natale 353 o 353 nella chiesa di s. Pietro di Koma, piesente moltis- .••imo popolo, come accennai parlan- do delle monache di s. Ambrogio. Nel voi. XXVI, p. 195 e 196 del Dizionario, descrivendo il monaste- ro di s. Ambrogio della Massima in Roma, lo dicetnojo come il più antico dell'alma città, e fondato da s. Marcellina nella casa de' fra- telli s.* Satiro e s. Ambrogio, ove tratte dal suo esenipio molte no- bilissime vergini si consacrarono al Signore, Nana il Rinaldi, che se Licinio fece con vari supplizi mo- rire nel 3 16 Ammone diacono con quaranta vergini e monache ch'egli istruiva, l'altro imperatore Valen- tiniano I nel 370 fece esenti le monache dal censo dt^lla plebe, co- sì le vedove e i pupilli. In Fran- cia ne'primi del V secolo già esi- stevano le Dionache, perchè il con- cilio Epaonense del Sij proibì en- trare ne'Ioro monasteri: all'articolo s. C.ASsrANO pallai delle monache da lui istituite; a quello di Arles si disse del monastero fondato da s. Cesario verso quel ten»po. Nel V secolo alcuni genitori in Roma ed altrove ebbero la crudeltà di co- stringere le loro figlie a farsi re- ligiose, se brutte o difettose, vio- lentando quelle belle e vistose che ne aveauo vocazione a non mona-

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calsi. S. Leone I nel 4^^ P*^'" O'*'" viare a questo disordine proibì da- re il velo alle zitelle prima di quarant'anni ; l'imperatore Majo- riano confermò questa proibizione con una legge, e il concilio Aga- tense del 5o6 l'adottò. Non fu ne- cessaria la stessa disciplina quando i costumi divennero più moderati, e cessò l'abuso; perciò si permise in seguilo la professione religi<jsa per le zitelle a venticinque anni, ed il concilio di Trento la fissò per il più presto a sedici anni compiti, proibendo ai genitori forzare le fi- glie a farsi monache: il medesimo concilio proibì eleggersi per prio- ra, superiora ed abbadessa, chi non abbia quarant'anni, e chi non ne avesse passati otto nella professione con lodevole condotta ; in caso di penuria di soggetti, permise eleg- gersi di trentanni, con aver cin- que anni d'incprensibile professio- ne. Fuvvi ancora altro eccesso per quelle veigini o vedove eh' erano violentate a stare ne' pericoli del mondo, con impedir loro la vita mo- nastica, laonde talvolta fuggirono travestite in abito da monaco, e si racchiusero tra' monaci: tal dis- ordine venne represso dal concilio di Gangres {^l''tdi). Quello in Trul- lo proibì a quelle che volevano monacarsi l'adornarsi con abili pre- ziosi e gemme, per non far cre- dere che lascino il mondo con rin- crescimento. La forma universale monastica in occidente, ed una di- sciplina regolare si deve a s. Bene- detto, laonde da esso e da sua^^o- rella s. Scolastica ebbero origine le monache Bcaedelline [Fedi), divide in moltissime congregazioni e de- nominazioni.

Le monache si diffusero talmen- te in Italia, che assediando i Ioi]|-

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gobardi Roma nel SgS, narra Gio- vanni Diacono lib. 2, cap. ay, giù {>i erano radunate tremila vergini, che chiamavano monastrìas\ le qua- li vedendo una carestia inevitabile, sagrifìcarono le proprie sostanze per comprar viveri, e distribuirli agli indigenti. All'articolo Clausura non solo parlatnmo della sua orìgine, e perciò anche di quella delle mona- che, ma pure della clausura me- glio ordinata da s. Gregorio I, il quale riconobbe dalle orazioni del- ie monache preservata Roma da detto assedio. Ordinò ancora il Pa- pa, che i negozi delle monache fossero trattati dai ministri del ve- scovo, acciò non uscissero dal mo- nastero; che le abbadesse fossero di sessanta anni, onde potessero riscuo- tere rispetto dalle monache anche più nobili, in un tempo che i geni- tori collocavano contro voglia le figlie ne'raonasteri; ed i re di Francia ebbero allora in costume mandar- vi le loro bastarde, le quali sapen- do essere di regio sangue, non vo- levano star soggette alle badesse. Dacché i longobardi stabiliti in I- talia cominciarono a deporre la lo- ro nativa barbarie, ed i re della nazione divenuti cattolici si fecero a proteggere le chiese, vi si rista- bill l'istituto monastico, anzi con- corsero eglino stessi colle reali loro consorti a fondare alcuni chiostri, di monaci_, che di monache, le quali non vi erano legate con ri- gorosa clausura. Tra le monache fiorirono certe femmine dette [an- celle o serve di Dio, religiose, ve- late 0 vestite di abito religioso, o con altra simile appellazione distin- te, che nelle proprie case dimora- vano co' parenti, o da se sole in particolari abitazioni: in Milano furonvi donne chiamate nel decli-

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nar del VI secolo ancelle di Dio, e con altre denominazioni riferite. A tale istituzione il re Luitprando die leggi sulla perpetua continenza e ritenzione dell' abito religioso, sebbene senza voto, castigandosi se- veramente il mal costume. Quel re però concesse non pochi privilegi alle religiose dimoranti ne* chiostri,

0 vivendo velate e ritirate al se- colo. Interpellato il Papa s. Zacca- ria del 74 1, se le monache pote- vano esercitare alcuni uffizi in chie- sa, rispose negativamente, appoggia- to sulla lettera di Papa s. Gelasio

1 a' vescovi di Lucania, senza far menzione de' decreti de'predecesso- ri s. Sotero e s. Ronifacio I, cui si attribuì il divieto alle sacre ver- gini di non toccare i vasi sacri, le palle che cuoprono il calice, ne incensare nelle chiese. Il Berlendi, § III, Delle ohblazioni all' altare , parla di quelle che facevano le mo- nache di pane e vino assistendo al sacrifizio, citando le testimonianze di s- Agostino e del p. Marlene, e che le monache lavoravano le ohblazioni e le offrivano, quali poi nel IX secolo fecero le sole con- verse, mentre pare che dopo il se- colo XI venisse vietato alle mona- che r offrire, massime in mestruo tempore j come alle altre donne. All'articolo Certosine dicemmo co- me sono consecrate dal vescovo con rito particolare, che usano e sono sepolte colla stola e col manipolo. F. Messa ed altri articoli relativi ad uffizi e indumenti ecclesiastici, e Diaconesse, donne che nella primi- tiva Chiesa esercitavano uffizio assai simile a quello de'diaconi, con vo- to di castità perpetua. Il Sarnelli nelle Leti. eccl. t. Ili, lett, IV, di- ce che giova ed è profittevole alle monache la recita dell'uffizio divir

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no, ancor che non l'intendano. Nel t. V, lett. XLIV, tratta se la mo- naca possa nella messa solenne can- tare dal sua coro 1* epistola e le lezioni; e quando canta la Pas- sione, se le monache possano fare da turba. Quanto all'epistola, dice non potersi cantar nelle messe so- lenni; però le monache possono cantare tutto quello che si canta in corOj ma non quelle cose cui sono ex officio destinati i propri ministri; altrettanto dicasi sul can- tar la Passione. Avverte poi, con la Glosa, che le monache possono leggere il breve evangelo nel mat- tutino dell'uffizio, non in altre fun- zioni e della messa. Nel concilio che s. Gregorio II celebrò nella basìlica vaticana, scomunicò chiun- que avesse sposato una monaca_, diaconessa^ o Presbiteressa (Vedi); più tardi il concilio di Colonia del i536 pronunziò l'anatema contro quelli che costringessero alcuna don- na ad entrare in monastero per farsi religiosa, e contro quelli che senza giusto motivo ponessero im- pedimenti a chi bramasse monacarsi. In oriente gì* imperatori e le imperatrici gareggiarono fra loro nel fabbricare monasteri a fine di formare un sacro ricovero alle don- zelle bramose di consecrarsi a Dio, ne lasciarono diligenza alcuna per arricchirli: cospicuo e celebre fu quello eretto nel 1 1 18 dall'impe- ratrice Irene con rendite pel man- tenimento di quaranta monache, perciò dispensale da qualunque con- tribuzione e dalla Dote [i^edi), al quale articolo si parlò di ciò che riguarda la dotazione religiosa ; chiamandosi Livello [Vedi) V asse- gno vitalizio che godono le mona- che pei particolari bisogni. Il Ro- dotà, parlando delle monache gie-

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che, narra che coloro i quali am- ministravano gli affari temporali, e che esercitavano la medicina e chi- rurgia, dovevano essere del nume- ro degli Eunuchi (Fedi). Per for- mare un'idea della disciplina che nell'oriente si usava nel secolo pas- salo, è a sapersi che i monasteri di Atene non ritenevano del mo- nacato che semplice ombra, non es- sendo le monache soggette a regola, alla recita dell' uffizio, essere divenuti piuttosto conserva- torli. Descrivendo Leone Allazio il tenore di vita e regolamenti delie monache viventi in comunità nel- l'oriente, dice pure dei loro abili, lavori, digiuni e celebrazione de'di- vini uffizi; e che non erano sog- gette alle leggi della clausura pre- scritta da Bonifacio Vili, il quale per rimediare a molti disordini e mettere freno alla licenza delle mo- nache, fu il primo che variò l' an- tica disciplina; invece le monache greche, con licenza della superio- ra, uscivano e ritornavano al chio- stro secondo l'antico costume. Il Rodotà riferisce ancora la pernicio- sa consuetudine, che l'ungo tempo vi fu in oriente, de'monasteri dop- pi, cioè de'monasteri di monaci e monache costruiti gli uni vicini agli altri; abuso sorgente di gravi inconvenienti, e facile occasione per far deviare dal retto sentiero le persone consacrate a Dio. Tal dan- nevole uso fu in vigore fino dal VI secolo, e non ostante le leggi degl'imperatori e canoni de'conci- lii continuò a diffondersi e si man- tenne. Si può credere che derivas- se dalle terapeutidi, vergini anziane le quali menando vita penitente vicino agli uomini terapeuti nella solitudine (gli uni e le altre da alcuni furono riconosciuti per mo-

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naci e monache), intervenivano alle loro adunanze per ascoltare i pre- celli che si proponevano da chi vi presiedeva. Le donne assistevano da una banda separale dagli uonii- dì, e divise per mezzo d'una pare- te alta 3o4 cubiti. In alcune solen- nità dell'anno le donne erano in- vitate dai terapeuti a cibarsi alla loro mensa, e ad esercitare in co- mune altri ufiìzi; h loro conversa- zione nonilimeno era tutta di spi- rito e praticata con molta cautela. Essendo passati i secoli apostolici, ne'quali i cristiani ottimi e inge- nui fedeli senz'ombra di scandalo trattavano e conversavano con don- ne, ed estinta l'antica pietà e in- tiepidito il fervoie, Giustiniano I giudicò necessario proibire la vici- nanza pericolosa de'monasteri delle monache con quelli de'raonaci, per- ciò chiamati monasteri doppi. Rin- novati poi tali disordini, gli estirpò in gran parte il concilio Niceno il. Non passò in occidente l'abuso dei monasteri doppi, per la vigilanza di s. Gregorio I, il quale encomiò Gennaro vescovo di Cagliari, per aver impedito che un monastero di monaci si fabbricasse vicino ad altro di monache. Tra le nazioni cui rimasero alcuni monasteri dop- pi, nominei-emo i maroniti. Nota il Rodotà che le monache basiliane ed altre d'oriente passate in Italia, sotto la direzione di eccellenti mae- stri, riuscirono esemplari in Roma, in Napoli, nella Calabria ed in Sici- cilia ove si stabilirono, avendo ab- bracciato il rito latino quelle di Napoli e Roma che adottarono la regola di s. Benedetto, le quali se- condo il Rodotà non condussero dal- l'oriente il corpo di s. Gregorio Nazianzeno, ma l'ebbero dipoi al modo che narra a p. 7 r e seg.

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Nel iioo il b. Roberto fondò la congregazione monastica di Font- Evrauli (P'edi), costituendovi per superiora generale dell'ordine una religiosa : questo istituto si compo- se di molti monasteri di uomini e di donne, che obbedivano tutti al- la superiora. Nel 11 38 il concilio di Londra proibì alle religiose l'uso dello pelliccie di prezzo^ come di armellino o martora, le scatole d'o- ro, e l'arricciarsi i capelli. Urbano III in Verona si lamentò con Fede- rico I perchè usurpava i beni delle monache, cacciandole dai monaste- ri col pretesto di riformarle. 11 p. Chardon nel t. II, p. 78 e seg.. Storia dei sagramenti , parlando delle abbadesse usurpatrici di giu- risdizione ecclesiastica represse dai vescovi, dice che talvolta pretesero il diritto di ascoltare le confessioni delle loro monache, anco de' pec- cati più gravi, e la regola di s. Donato sembra averle in ciò favo- rite, ordinando che le religiose tre volte al giorno rivelino i loro di- fetti alla superiora ; quindi le ba- desse s' innoltrarono con usurpare prerogative inconvenienti al loro sesso, ciò che obbligò i vescovi met- tere limiti alla loro alterezza. Fu quindi proibito alle abbadesse dar benedizioni, imporre le mani, cioè dar penitenza o l' assoluzione pei peccati. Informalo Innocenzo III dell'arroganza d'alcune abbadesse di vSpagna, che benedivano le loro religiose, le confessavano, e predi- cavano pubblicamente, ingiunse ai vescovi di Valenza e di Burgos di rimediare a gran disordine, ed impedir tanto abuso. In questo tempo ebbero origine gli ordini domenicano e francescano, ed altri da cui de- rivaiono monache che tuttora fio- riscono. Dichiarando s. Pio V qua-

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li fossero gli ordini Mendicanti (l^e- <//), confermò lojo i privilegi comu- ni alle loro monache. Clemente Vili colla bolla Beligiosae, de' 19 giu- gno 1594, ^"^^- Rom. t. V, par. II, p. 3 I, rinnovò la proibizione al- le monache di far donativi e re- gali. Alessandro VII con bolla dei 24 settembre 1657, Pro commis- so, presso il Bull. Rom. t. VI, par. IV, p. 194? moderò le grandi spe- se che si facevano dalle monache nelle loro feste, velazioni e profes- sioni; indi a' IO marzo 1692 In- nocenzo XII la confermò con bol- la presso il Bull. Magn. t. VII, p. 266. Nel t. Vili, p. 253, evvi poi l'editto de' 2 marzo 1707 con cui Clemente XI ordinò T osservan- za di tali costituzioni, prescrivendo inoltre chene'Iuoghi ove dalle novi- zie si suol fare qualche ricreazione alle monache, non si potesse supera- re la spesa di quattro paoli per cia- scuna monaca. Avendo rinnovato tali ordini e vedendo che molte monache per emulazione spendeva- no molto nel ricevere e lasciar le cariche, vessando i parenti per es- sere soccorse, a' 28 luglio 1708 con prescrizione riportala a p. ^\o loco citato, proibì siffatte spese sot- to pena di privazione di voce at- tiva alle monache che le facessero e alle superiore che le permettes- sero. Per togliere ogni occasione di spendere, con circolare de' 26 gen- naio 1709 comandò alle monache di consegnar la dote alTabbadessa, la quale dovesse custodirla nella cassa comune per le necessità del monastero. Innocenzo XIII avendo da cardinale vestite nel monastero di s. Teresa alle quattro fontane due figlie del principe Ruspoli e sue pronipoti, nel 1 72 1 si portò a dar loro il velo, descrivendone la

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funzione il numero 63o del Diario di Roma. Benedetto XIII nel 1724 vestì suor Maria Orsini monaca benedettina in Campo Marzo, e nel monastero delle barberine due fi- glie del principe Pamphilj , come si ha dai numeri i 146 e 1167 de' Diari di Roma. Delle due ve- stizioni fatte da Benedetto XIV nel- le carmelitane di Regina Celi nel 1746 e nel i755_,di due figlie del contestabile Colonna, ne facem- mo parola nel voi. X, p. 5i del Dizionario: le descrizioni si leg- gono nei numeri ^^^Z, 4?^^ ^ 5967 del Diario di Roma.

Zelante Benedetto XIV della clau- sura, al modo detto a quell'artico- lo, venendo a sapere che molte monache in Portogallo, col prete- sto di curare la propria salute u- scivano dalla clausura , e si tratte- nevano fuori lungo tempo, girando per le strade e pei spettacoli , on- de nascevano scandali, a porvi ri- medio, colla costituzione Cwn sa- crarwn virginum, del primo giu- gno 174', Bull. Magn. t. XVI, p. 3o, ordinò che subito rientrassero nelle clausure, e tolse alla Congre- gazione de' vescovi e regolari ( Vedi) la facoltà di concedere per l'avve- nire la licenza che le monache po- tessero uscire dai loro monasteri. Inoltre Benedetto XIV emanò utili regolamenti sui confessori straordi- nari delle monache, come si disse nel voi. XVI, p. 108 del Diziona^ rio; avendo pioibito il concilio di Colonia a' confessori interrogare le religiose sopra certi peccati de' quali non si accusano, per non insegnar loro ciò che ignorano. Lo stesso concilio avea disposto, che oltre il confessore ordinario, il vescovo o altri superiori ne assegnassero altro estraordinario due o ire volle al-

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Tanno per udir le confessioni di tulle le religiose. Olire quanto di- cemmo a Confessore, si può vedere il Barelli, Resolutionum praticaruin prò confessariis inonialium^ Bono- iiiae 1713. In questo anno 1847 il p. Bonaventura da Palermo mi- nore osservante ha pubblicato 1' u- tilissima opera : // novello confes- sore di monache. Inoltre Benedetto XIV, rinnovando i decreti de' suoi predecessori, mediante la costitu- zione, Gravissimo animo, de* 3 i ot- tobre 1749, Bull. Mngn. t. XVIII, p. 54, ordinò che ninno ecclesia- stico secolare o regolare di qualun- que dignità, compresi ancora i ve- scovi fuori della loix) diocesi , po- tesse andare ai parlatorii de' mona- steri delle monache senza licenza de' rispettivi ordinari, giacche que- sti sono dati dai sacri canoni per custodia della clausura delle reli- giose. Sulla giurisdizione vescovile ne' monasteri di monache, Clemen- te XIII pubblicò la bolla Inter nini- tiplices^ degli 11 dicembre 1758, Bull. Boni. Continuatio, t. I, p. 72. Inoltre Clemente XIII col breve Illustre monasterium, de' 1 3 marzo 1761, Bull. Boni. Continuatio t. II, p. 72, alla superiora del monaste- ro di s. Caterina di Venezia die il titolo d'abbadessa, appellatio mater- nam erga filios pietateni significat; di usare ne' giorni solenni il baco- Io, esprimit mansuetudinem, teinpe- r alani cuni animadversìonis severi- tate, e l'anello , designai beatissi- jìiani Ulani et sempiterna ni chari- tatis conjunctionem curn divino spon- so Jesu Chrislo. V. Bagolo, Anel- lo, e per la cerimonia dello spo- salizio dell'abbadessa benedettina di Firenze coll'arci vescovo, il voi. XXV, p. 46 del Dizionario. Nel voi. XXX poi, a p. 8i dicemmo come il nun-

MON zio di Parigi Giraud ricevette iri nome di Clemente XIV la profes- sione monasticn della figlia del re. Nel 1801 pel possesso di Pio VII questi permise che ne vedessero il passaggio nel monastero delle car- melitane de' ss. Marcellino e Pietro le benedettine di Campo Marzo, e vi pernottarono nelle sere prece- denti per la dilazione della funzio- ne : al citato articolo Clausura si disse come a tali benedettine viene permesso l'annua visita delle sette chiese, licenza che prima consegui- vano altre monache anche per gli anni santi. Nel numero 12 del Dia- rio di Roma 1801 si riferisce che Pio VII celebrò la messa nel mo- nastero delle oblate di Tor de* spec- chi, e vesti monaca d. Lavinia fi- glia del principe Gabrielli, che as- sunse il nome di Maria Luisa. Nel numero 248 del 1802 si descrive la vestizione fatta nel monastero delle mantellate da Pio VII, della fondatrice suor Maria Giuliana Ma- sturzi, di sette compagne e quattro converse; e nel numero ^1 del 1804 come il Papa ricevè la pro- fessione di esse. Nelle vestizioni delle monache in alcune diocesi hanno luogo i padrini e le madrine, co- me pure si fa da chi gli le ve- sti un discorso analogo alla voca- zione religiosa, e talvolta si recita- no anche da altri, uno de' quali è quello di Gioacchino de Agostini , intitolato: / chiostri, orazione, To- rino i836. I parenti poi e gli a- mici sogliono applaudire alle mo- nacazioni con componimenti in ver- si e stampati. Qui noteremo, che il concilio tenuto nel secolo VII in Toledo, ordinò che il velo delle sa- cre vergini fosse di color porpora o nero, onde cuoprirsi tutto il voU lo: a' tempi di s. Girolamo le mo?-

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nache si avvolgevano il velo intor- no alla faccia, lasciando libero so- lamente un occhio per vedere. Le religiose non possono essere gover- nate se non che da uonnini quanto allo spirituale, e per tutte le funzio- ni che sono interdette alle donne; ma per ciò che riguarda la discipli- na interna del chiostro, la superio' ra o abbadessa vi esercita un'auto- rità quasi eguale a quella che ge- neralmente viene accordata ai su- periori de' religiosi. Vi sono molti monasteri di donne che a motivo delle regole che professano parteci- pano all'esenzione degli ordini re- golari, di cui seguono la medesima regola, e che trovansi sotto l'autorità de'superiori degli ordini stessi, uso che confermò il concilio di Tren- to. Quanto al temporale delle mo- nache, i canoni impongono ai ve- scovi di sorvegliare a tultociò che riguarda l'amministrazione de' be- ni stabili, all'impiego delle rendi' te, all'esame dei conti, ed alla sicurezza per 1' impiego del de- naro. Il citato Sarnelli toni. VII, lett. XX, discorre , se la mona- ca soprannumeraria morendo qual- che monaca numeraria, possa sur- rogarsi in luogo di questa ; e che la prefissione del numero deve es- sere fatta dal vescovo diocesano, i monasteri sono a lui soggetti, ma se poi sono soggetti ai superiori re- golari, deve farsi da essi unitamen- te al vescovo, come dalla bolla Deo sacris Virginio US, di Gregorio XIII. Nella seguente lettera il Sarnelli spiega le parole dell'antifona : In- tercede prò devoto foeniineo sexii^ parla delle donne dette divote, idest Deo votae^ c\ok votate a Dio per- petuamente, e delle monache che si distinsero nelle sacre lettere, es- sendo innumerabili quelle che fio-

VOL. XLVI.

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rìrono per santità di vita, e quelle che veneriamo sopra gli altari ; cosi ancora le regine, principesse e si- gnore, che disprezzando le umane grandezze, a queste preferirono l'u- mile vita monastica e l'esercizio del- le pih belle virtù.

MONACHI o MOINE Giovanni, Cardinale. Giovanni le Moine o Monachi o Monaco, detto ancora da Canchres, nato da una Simiglia fe- conda di uomini grandi in Cressy» castello della diocesi d'Amiens nel- la Picardia, dottissimo in entram- be le leggi, nelle quali ottenne la laurea, essendo canonico di Parigi, e consigliere del re Filippo IV, por- tatosi in Roma e dati in questa città luminosi contrassegni di virtà e dottrina, fu eletto uditore di ro- ta, ed in tale occasione contrasse stretta amicizia con Carlo II re di Napoli, nella qual città a sua istan- za s. Celestino V nel settembre 1 294 lo creò cardinale prete de' ss. Mar- cellino e Pietro, legato d'Avignone, cancelliere di s. Chiesa e vescovo di Meaux, in che non convengono i Sammartani. Fondò in Parigi un famoso collegio presso il sobborgo di s. Vittore, detto dal suo cogno- me il collegio le Moine, per coloro unicamente che applicare si voles- sero allo studio della teologia. In- caricato da Bonifacio VIII nel i3o2 della legazione al re di Francia in- sieme col cardinal Roberto, furono ambedue fatti guardare e ritenere sotto sicura e onesta custodia da quel sovrano, che il cardinale avea commissione di dichiarare scomu- nicato, nel caso che non avesse ap- provato gli articoli che gli avreb- be presentato a nome del Pontefi- ce. Nicolò Benefracto famigliare del cardinale, che seco recava le lette- re di Bonifacio Vili, fu con estre- 4

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ma doglia de] legato chiuso in car- cere, ad outa delle solenni proteste latto dal cardinale , che in quella occasione inostrò un petto di bron- zo, e si fece conoscere difensore e vindice acerrimo della libertà ec- clesiastica. Composte alla meglio le diiferenze di quel sovrano , il car- dinale se ne ritornò in Avignone , dove a nome della santa Sede e- sercilò la carica di legalo, e dopo aver scritto una ben inlesa ed eru- dita glossa iul dirUlo canonico, ed alcuni commentari sul sesto delle decretali, morì in Avignone nel r 3 1 3, e trasferito in Parigi rimase sepol- to tiella chiesa del magnifico col* legio da lui fondato^ con illustre elogio. trovò presente a tre con* davi.

MOxXACO, Monnclius. Religioso che si consacra a Dio coi tre voli solenni di castità, povertà e obbe* dienza , in un ordine ó congrega* zione approvata dalla Chiesa, e vi- vente in monastero o cella sotto una certa regola, e vestito d'abito iuiiforiì»e all'istituto che professa. Il nome di monaco, tratto dal greco monachos f solitario, unico, solo, nella sua origine servì per indicare gli uomini che si ritiravano ne* de* serti, e vivevano solinghi e lontani da ogni commercio col mondo, per occuparsi unicamente della loro sa* iute e nella penitenza. Anticamen-» te vi furono tre sorta di monaci : gli Eremiti (Fedi) solitari ne' de- serti; gli Anacoreti (Fedi) che vi* vevano nel proprio Monastero {Fé* di) separati dagli altri nìonaci chiu- si nella Cella (Fedi), tranne i piìi antichi che si ritirarono talvolta nelle solitudini; ed i Cenobili (Fé* di) che dimoravano in comune nel monastero sotto una regola. Altri aggiunsero a tal divisione i Sara-

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baiti (Fedi), ma essi furono i falsi apostolici e i monaci vagabondi , viventi due o tre pev cella, onde per ri|ìa l'are a' loro disordini fece conoscere in oriente la necessità di obbligare coi voti i monaci ul loro stato, precauzione lodevole che si deve a s. Basilio. Di siffatti monaci parla il Rodotà nel t. II, p. 20. I cenobiti furono propriameule i mo- naci conosciuti dall'antichità, ed os- serva il Sarnelli, Lett. eccl. t. Vili, leti. Se affanti s. Paolo primo ere- mita ve ne furotiù altri , che il pri- mo concilio ili cui si trovi la pa- rola MonachuSj è quello di Calce- donia del 4^^» «on esistendo tal nome fra i primi cristiani orientali o latini. Distinguendosi dal monaco il Frate (Fedi), ivi notammo che anticamente frate e monaco soveìi- te significò lo stesso, anzi fu titolo comune a qualsivoglia religioso clau- strale, anche canonico. Parlando il Sarnelli del titolo di Don (Fedi), proprio de* monaci, dice che i Chie- rici (Fedi) finche vissero in comu- ne chiamaronsi fratres^ e la comu- nità fralernitasj e che anticamen- te chierici o monaci si appellavano col titolo di fratelli, ma poi s* in- trodusse il domniis e il don : ai monaci si pure il titolo di Pa- dre (Fedi), ed al superiore quello di Abbate (Fedi). Ne* primi secoli della Chiesa i monaci furono anco chiamati col nome di Beatissimo (Fedi), affermandolo anco il Zac- caria, Stor. leti. t. I, p. ig. Alcu- na volta i Canonici regolari (Fedi) furono chiamati canonici monaci. Degli oblati monaci se ne parlerà à Oblato.

Sul principio i monaci abita- rono fuori della città, e nella mag^ gior parte erano laici , anzi fa lo- ro professione gli allontanava dal-

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le funiioiìi ecclesiastiche; lutto il loro impiego consisteva iicirorazio- ne, e nel lavoro dello mani; ciò lìon ostante i vescovi qualche volta trassero i monaci dalla solitudine per annoverarli nel clero, ed allora cessavano d'essere monaci, ed era- no contati per chierici, laonde dis- tinse s. Girolamo i due generi di vita monastica e clericale. Per lo stato monastico ordinò il concilio di Reims, che doveansi avvertire gli adulti , e quelli che desideravano entrarvi, come i genitori che vi of- ivano i loro figli, di non aver al- tra mira che i beni eterni, non gli onori, i benefizi e altre cose tcm* porali, in un tempo che i monaci erano divenuti ricchi e polenti , e gli abbati signori e principi di vasti dominii. Ad ognuno però è notò come gli antichi monaci, oltre l'uso d'innalzare le braccia al cielo per porgere voti all'Altissimo, è di ab- bassarle alla terra, a coltivarla nel lavoro giornaliero delle mani per circa sette ore, in quelle cioè non destinate all'orazione od altri eser- cizi spirituali, frapponevano i lavori ai salmeggiamenti, coù quelle slesse mani che figliavano i flagelli e cingevano i cilicii. Ora trattavano le spole e i pettini nel lanificio, ora occupa vansi in tessere sporte e stuoie, ora in ricopiare codici, mas- sime quei dei santi padri é degli ascetici, chiamati per tale uffizio an- tiquari e copiatori. Cosi mentre e- difìcavanó la Chiesa con la loro pietà, cercavano d'illustrarla col lo- ro sapere, dividendo i giorni fra il coro, libreria, l'agricoltura e le arti manuali. In moltissimi articoli celebrammo le grandi benemerenze degli ordini monastici colla società, massime per essersi Opposti all'e- resìa sino dai pi-imi secoli del cri-

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stiancsimo, per la conversione alla fede di tanti stali e provincie, per le missioni e propagazione del cristianesimo, e quanto eminente- mente contribuirono alla pubbli- ca istruzione, al risorgimento del- le arti e delle scienze, di cui fu- rono industriosi depositari; e quan- ta immensa e perenne debba esse- re la venerazione e gratitudine di tutti. Sovrani, principi e signori ri- nunziarono al potere e all' opulen- za per vestire la Cocolla [Fedi) monastica, luuumcrabili sono i mo- naci che in tutti i tempi fiorirono per santità di vita, dignità eccle- siastiche, dottrina e splendide vir- tìi, i principali de' quali notiamo ai loro articoli delle diverse con- gregazioni e ordini, enumerando al- tresì il copiosissimo stuolo de' car- dinali e de' Papi che uscirono dalla professione monastica ; anticamente nella chiesa greca soltanto i monaci potevano salire alla dignità vescovi- le. Molti monaci orientali ne' primi secoli fiu'ono sublimali al pontifica- to : i benedettini antichi coniano ventitre Papi; quelli delle diverse congiegazioni pur benedettini, più di tredici, compresi Pio VII cassi- nese, e Gregorio XVI camaldolese. A Benedettini, enumerammo i loro Papi. 1 monaci poi che senza la digni- tà cardinalizia passarono dal monaste- ro alla cattedra apostolica ;, ne'primi tempi furono Benedetto I e Pela- gio li; dopo il decreto di Stefano IV del 769 , cui ordinò doversi eleggere Papi i soli cardinali, tut- tavia benché noi fossero, vi diven- tarono i monaci Silvestro II, s. Leo- ne IX, Vittore II, Calisto II, Eu- genio III, 8. Celestino V, e Urbano V. Sembra incredibile la gran mol- titudine de' monaci che vissero in un solo monastero o Laura (Fedi),

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equivalenti a piccole città per le molle migliaia de' monaci e chiese, singolarmente in Egitto.

In diversi luoghi parlai dell'ori- gine del monachismo, come a Di- sciplina REGOLARE. Assai per tempo vi furono cristiani che ad imitazio- ne di s. Gio. Battista, che il Rinal- di chiama principe de' monaci e de' profeti, come di Elia che i Car- mcUtani [Vedi) riconoscono per pri- mario istitutore, si ritirarono nella solitudine per attendere alla orazio- ne, ai digiuni, ed agli altri eserci- zi di penitenza; si chiamarono A' sceti (Fedi), vale a dire uomini che menavano vita ritirata ed astinente. Semhra ancora che Gesù Cristo ab- bia dato motivo a questo genere di vita, coi quaranta giorni che visse nel deserto, e coH'abitudine che a- vea di ritirarvisi per pregare con più raccoglimento, avendo egli en- comiata la vita solitaria del suo Precursore. A ordini religiosi si è detto come la professione della vita monastica e regolare comin- ciasse nella Cliiesa fino dai princi- pii- di essa, per l'osservanza più per- fetta de* consigli proposti nell' evan- gelo. Alcuni trovarono assai sem- plice r origine dello stato religio- so, attribuendolo al tempo delle persecuzioni che ne' tre primi se- coli sostennero i cristiani. Molti di quelli dell' Egitto e delle provincie di Ponto ritiraronsi ne'luoghi dis- abitati per sottrarsi dalle perquisi- zioni e da' tormenti : presero il pia- cere della solitudine, e vi dimora- rono, o vi ritornarono poi a servi- re Dio con pace e tranquillità, non però viventi in comunità con rego- la determinala. Verso l'anno 7.5o o 259 s. Paolo primo eremita ri- tirossi nella Tebaide per fuggire la persecuzione di Decio, e visse in

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una caverna sino all'età di 1 14 an- ni, nutrendosi de' frulli di una pal- ma che ne cuopriva l'ingresso; «. Antonio patriarca de' cenobiti, egi- ziano coni 'esso, verso Tanno 270, dopo aver collocato la sorella in un monastero di vergini, abbracciò lo stesso genere di vita, e fu seguito da alcuni altri ; s. Paolo e s. An- tonio furono gli anacoreti piti ce- lebri, ed il secondo conobbe il pri- mo, ed in morte lo seppellì. I se- guaci di s. Antonio vivevano in cellette separate a qualche distanza le une dalle altre; vollero imitarne la santa vita, e furono da lui con- fermali nella buona risoluzione , e in breve sotto la sua direzione si formarono molti monasteri. Non fe- ce regola s. Paolo pe'suoi eremili, bens\ col suo esempio molti ven- nero allettati alla vita solitaria : il suo discepolo s. Cari Ione pare che abbia formato delle regole per quel- li che vollero vivere solitariamente sotto la sua direzione, come dicem- mo al suo articolo. Discepolo di s. Antonio fu s. Macario, e chiaro per miracoli mori nel 35o. Verso que- sto tempo fiorì s. Pacomio, al quale si attribuisce la riunione delle me- morate cellette, l'unione in diversi monasteri e in comunità composte di trenta o quaranta monaci, l'in- troduzione della vita cenobitica, e la formazione di una regola, su di che va letto quanto si disse a Disciplina: quindi venne la distinzione tra i cenobiti o monaci che viveano in comunità, e gli eremili o anacore- ti che viveano soli ; tuttavolta si visitavano e si consolavano con re- ligiose ed esemplari conversazioni. Ma s. Pacomio ebbe alta idea del sacerdozio, che non lo permise ad alcuno de' suoi religiosi.

11 p. Bonanni nel Catalogo degli

MOJS

ordini religiosi jì'ipovla le figiiie e le notizie de'notninati primari fondatori dello stato religioso e monastico. Sin dall'anno 3o6 circa, s. Ilarione di< scepolo di s. Antonio fabbricò nel- la Palestina monasteri simili a quel- li dell'Egitto: tosto s'introdusse la vita monastica nella Siria, Armenia, Ponto, Cappadocia, e in tutte le par- ti dell'oriente, ove andavansi meglio istituendo anche le Monache [Fé- di). S. Basilio che avea imparato a conoscere la vita monastica in Egitto, dopo le conferenze coi ss. Antonio, Pacomio e Ilarione, perfe- zionò l'istituto monastico, verso il 362 scrisse regole che furono ap- provate, non pare, come dicono al- cuni , nel concilio Niceno , che fu anteriore, ma forse piuttosto dai vescovi, e può dirsi il proto-patriar- ca dei monaci della chiesa orienta- le, poiché la sua regola fu trovata tanto saggia e perfetta , che tutti l'adottarono, e tuttora si osserva : di questa regola, come di tutte quel- le degli altri monaci esistenti o non più esistenti, se ne parla ai loro ar-_ ticoli, ed alle biografie di quelli che le composero, f^. Basiliani. L' Asse- ma ni, Biblioth. orient t. IV, e. 2, § 4> liana che i primi monaci i quali si stabilirono nella Mesopo- tamia e in Persia, furono altret- tanti apostoli o missionari, e che la più parte divennero vescovi. 11 Terzi nella Siria sacra discorre del gran numero de* monaci e mona- steri orientali, quali in un alle mo- nache assai moltiplicaronsi nell'E- gitto. Avanti di dire come il mo- nachismo s' introdusse in occidente, noteremo che il p. Helyot, nella dissertazione preliminare della sua storia degli ordini religiosi, seguen-

Ido altri fa risalire l'origine contro- 5 versa della vita monastica ai te- I

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rapeuti applicati alla vita contem- plativa, ebrei o cristiani secondo le diverse opinioni, e ne parlammo al citato articolo Monache , essendovi stale delle terapeutiche. Altri asse- gnano il principio de' monaci al H secolo, nel quale fiorirono solitari in Eliopoli di Fenicia, e vuoisi che s. Telesforo^ eletto Papa nel 142, fosse stato anacoreta, benché i ca- nonici regolari ed i carmelitani lo annoverino tra i loro alunni. Si narra pure che nel 111 secolo s. Ni- cone vescovo di Cizico soffrì il mar- tirio alla metà di esso, con 199 monaci da lui governati, ed avea ricevuto l'abito monastico dal pre- decessore Teodoro.

Verso r anno 34o circa vuoisi introdotto in occidente il monachi- smo : s. Atanasio patriarca d' Ales- sandria portandosi coi monaci egi- ziani Ammonio ed Isidoro nel 34o o 341 in Roma a ripararsi dal- l'odio degli ariani, propose i reli- giosi d* oriente a modello, e la vi- ta di s. Antonio da lui composta, di cui era stato discepolo, e i' i- stituzione de' monaci, ispirando agli occidentali la brama d'imitarlo; quindi in Roma^ in Milano, in Fran- cia (Fedi) si diffusero i monaste- ri. Dicemmo pure a Disciplina, che alcuni attribuiscono a s. Atanasio l'introduzione del monachismo in Roma, da dove si diffuse per tut- to l'occidente, e che altri sosten- gono averlo s. Martino di Tours già introdotto a Milano, anzi a lui si attribuisce eziandio l' introduzio- ne della vita monastica nelle Gal- lie, dopo averla condotta in Italia, con fondare nel 358 circa il mo- nastero di Marraoutier presso Tours, chiamato Majas vionasterium per distinzione, e con flìbbricare verso il 36o il monastero di Ligugey

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nella diocesi di Poiliers. La coji- gre^zionc monastica di Leriiu (P^cili) sulle coste di Protenza, fu iòndata da •. Onoralo con i, Ca- prasio solitario suo direttore, dopo il 375, per non dire di altre. Al- cuni attribuiscono l' introduzione nelle Gallie della vita religiosa, an- che a 8. Atanasio ed a s. Marcel' lino arcivescovo d' Ambrun. Tutta- volta in principio a' monaci non era permesso il sacerdozio, il quale ▼uolsi loro accordato dal Papa s. Siricio eletto nel 385, il quale prescrisse con legge il Celibato (P^e- di) ai sacerdoti e diaconi, confer- mando le anteriori; così i monaci furono ammessi agli ordini minori e maggiori compreso l'episcopale. Abbiamo da s. Ambrogio epist. 63, § 66f die i monaci cominciarono ud ordinarsi sacerdoti sulla fine del IV secolo, essendo s. Atanasio il primo che dallo stato monaca- le diede sacerdoti al clero alessan- drino. Tra i primi introduttori in Italia dell'ordine monastico viene ancora celebrato s. Eusebio vescovo di Vercelli (Vedi), che lo stabilì nella sua cattedrale riducendo alia vita comune e religiosa il suo clero verso il 35o; laonde viene ricono- sciuto il santo, tornalo dajl' oriente dopo il suo esilio, quale istitutore della vita monastica nelle cattedra- li. La professione religiosa dicesi introdotta nella Spagna avanti il pontificato di s. Damaso I, essen- done prova il concilio di Saragoz- za celebrato nel 38o. Nei primi del secolo V gravissimo danno fe- cero alla Chiesa coi loro perniciosi errori Pelagio, monaco nato in In- ghillerra, ed Eutiche Arcìiìmandri- drila (Vedi) o abbate generale d'un celebre monastero di Costantinopoli; vennero pur« condannali ^U errori

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di Pietro Fullone, gno dc'monaci Avenieli (Vedi)y delti vigilanti per- chè divisi in tre classi, senza inter- ruzione, giorno ^ notte celebrava-' no in chiesa le divina lodi Tra essi fìorirono monaci dottissimi e santi, ed in Roma con la regola di 6. Basilio furono introdotti verso il 55o nel monastero e Chiesa di s. Sabba (Vedi): questo santo abbate basiliano fu detto il gran monaco. Parlando il Rodotà, Del rito greco in Italia, t. Il, p. 28, del monaca- to d'Italia introdotto innanzi la re- gola basiliana, dice che questa sola si conobbe nella regione quando portatosi in essa nel 4of RufTìno col greco esemplare delle regole di s. Basilio, le tradusse in latino , mentre già il monacato erasi mi- rabilmente propagato tra gl'italiani, vivendo i monaci unitamente nei monasteri sotto la direzione d' un superiore, seguendo le tracce dei regolamenti che aveano loro co- municato s. Atanasio, s. Martino e s. Eusebio, che gli aveano appresi neir Egitto e nella Siria. Vero è però che riconoscendo i monaci italiani essere conforme alle loro istituzioni quelle di s. Basilio, pro- venendo da un medesimo fonte, ne profittarono pei lumi che contene- va, per maggiormente stabilirsi nel- la via della perfezione; poiché i cenoblli d' un medesimo monastero non erano ancora obbligali alle os- servanze d'una medesima regola, e quah api industriose alcuni sceglie- vano le più opportune tradizioni de' maggiori, altri seguivano le leg- gi di s. Pacomio, altri si adattava- no alla volontà de' superiori, quin- di altri si uniformarono ai dettami di s. Basilio. Di questo sentimento fu pure il celebre p. Mabillon, dili- genlissirao investigatore dell* origine

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e progresso del monacato^ t]el quale si li a pure De studih monasticis, Ve- netiae 1770. Fioriva nondimeno in tulli un medesimo spirito di virtìi, la piCi rigorosa mortificazioDe, l'imi- tazione di Gesù Cristo; ed essendo il principal fine del monacalo la pri- vata salvezza del monaco, si per- metteva a ciascuno di seguir l'im- pulso che riceveva, scegliendo i mezzi che potevano condurlo al co- mune oggetto. Nel V secolo 8. A- goslino, col suo libro De opere mO' nachor.y prese la difesa di que' mo- naci che vivevano col lavoro delle mani, contro quei che sostenevano essere meglio vivere di obbluzìone e delle limosine de' fedeli.

Tante e si diverse regole de' mo* naci orientali sparse neil' Italia, co- me osserva il Rodotà, tosto svani- rono allo spuntar dei raggi della regola benedettina, piena di santità, la quale portava al mondo una nuova luce di perfezione, additando il sentiere più agevole della salute. Dappoiché s. Benedetto patriarca dei monaci d'occidente, omnium juslO' rum spiritu plemiSy come lo chiamò s. Gregorio I, nel pontificato di s. Ormisda e verso il 520 o 529 , dopo aver preso sino dal 494 '' ^* bito monastico da s. Romano, cre- duto abbate basiliano in Subiaco, ivi per tre anni meditò la regola, quale compi e pubblicò in Monte Cassino, fonda-udo il lauto celebra- tissimo e benemerentissimo ordine benedettino, che servii di modello alle numerose congregazioni mona- stiche che ne derivarono, le quali ben presto si sparsero per l'occi- dente e poi si propagarono nelle diverse parli del mondo. I regola* menti di s. Benedetto prevalsero a quelli de'preesistenti monasteri, e non menù questi gU adottarono a-

vida mente, ma fu norma a quelli che in copia innumerabile, rapida- mente &i fondarono; riconoscentlosi contenere la regola di s. Benedet- to, il più lodevole delle antiche di oriente, e per essere altresì stala li- mitata la volontà de' suoi seguaci a secondare i soli dettami del no- vello istituto : ciò avvenne pure coi monasteri delle monache. La rego- la di s. Benedetto è un compen- dio di santità e di sapienza, laon- de venne prodigiosamente abbrac- ciata, e sempre tenuta in somma venerazione. Il cav. Arlaud, nella Storia di Leone XII, t. Ili, cap. XLV, parlando dello stabiJ-mento di tre monasteri benedeltif nella Baviera nel 1826, ben a ragione scrisse non potersi parlare dell'or- dine di s. Benedetto senza sentirsi intenerire il cuore, e senza pensare Q* gloriosi diritti che ha al rispetto di tutto il cattolicismo. « La rego- la di s. BenedeltOj adottala dalla n»aggior parte degli ordini religiosi di Europa, è secondo l'espressione di s. Gregorio I Magno ammira- bile nella sua saggezza e pura nel- la sua dizione. Essa non ordina nulla che oltrepassi le forze del- l'uomo, e tende particolarmente a distoglierlo da quella oziosa con- templazione, elle ha generato tanti mali ne' monasteri d'oriente. Fu una vera consolazione il vedere que- sti asili aperti a lutti coloro che volevano fuggire le oppressioni del governo vandalo, goto, o longobar- do. La Francia non obblierà giara- mai gì' immensi lavori che deve al- lo zelo instancabile de* figli di s. Benedetto, i quali possiam dirb a tutta ragione, hanno laboriosa- mente dissodato le terre, e colti- valo gli spiriti ". Non solo sino ai tempi di s. Benedetto non vi era-

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no regole fisse ne' monasteri, ma gli abbati sceglievano tra le diver- se osservanze, quelle che loro sem- bravano più convenienti ai bisogni, e più adattate ai loro dipendenti : già nel secolo Vili la regola be- nedettina fu quasi la sola seguila ne' monasteri d'occidente, massime d' Italia, di Francia e d' Inghilterra. Nel VI secolo o poco più tardi l'ordine benedettino erasi stabilito in Inghilterra (Fedi) , fiorendovi mirabilmente in virlù^ onore e po- tere, rendendo que"* monaci col loro fervore e dottrina grandi servigi alla religione e alle lettere, come ne resero i benedettini di Germa- nia e di altre nazioni : in Germa- nia i monaci divennero potentissi- mi e gli abbati sovrani. Alcuni ri- feriscono che i primordi dello sta- to monastico in Inghilterra gli a- "vea introdotti s. Germano vesco- vo d' Auxerre ; nella Scozia s. Se- verino , ed in Irlanda s. Patrizio che vi fondò de' monasteri , Fedi Benedettinf, e gli articoli delle tan- te congregazioni derivate dall' illu- stre ordine.

Sino dai pdmi tempi del mona- chismo i concili! ed i Papi ema- narono salutari provvidenze a suo vantaggio, di che parlasi ai loto luoghi: a volerne riportare alcune, diremo che il concilio generale di Calcedonia nel ^5i stimò neces- sario e conveniente di sottomettere i monaci interamente ai vescovi. Il secondo concilio Toletano del 477» per impedire che i genitori pones- sero i figli in troppo tenera età nei monasteri, per farli allevare nella pietà, proib\ di permettere la pro- fessione monacale prima di dieciot- to anni, previo il consenso di quel- li che mostravano vocazione, di che dovea assicurarsene il vescovo.

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Tultavolta dipoi la congregazione di s. Benedetto si divise in tre com- pagnie, de' fanciulli offerti a Dio sin dalla puerizia per la vita mo- nastica; de' novizi, ch'erano quelli che si mettevano in prova per co- noscere la loro vocazione, innanzi che si votassero a Dio; e de'professi, ch'erano i veri monaci, per aver votato castità, povertà e obbedien- za; i voti però non erano solenni ossia perpetui, quali poi si perpe- tuarono. Nel 5ii il concilio d'Or- leans obbligò i monaci obbedire agli abbati, autorizzando questi a toglier loro quanto avevano di pro- prio, e di riprendere i vagabondi coli' aiuto de' vescovi, per punirli secondo le regole. Quello di Tours nel 566 vietò ai monaci uscire dal monastero, e scomunicò quelli che si maritassero, dovendosi sepa- rare dalla pretesa moglie anco col- r aiuto del giudice, il quale se lo ricusa incorrerebbe nella scomuni- ca in un ai proiettori di tali mo- naci. 11 Papa s. Gregorio I ebbe santissimi monaci per consiglieri e famigliali, e fece togliere dalle lo- ro chiese i battisteri, acciò non si rilassasse la loro disciplina colla conversazione de' secolari. Per lo stesso motivo comandò che i mo- naci non diventassero compari. In- oltre s. Gregorio 1 nel concilio ce- lebrato in lloma nel 6o i die li- cenza a Probo abbate di far testa- mento de'suoi beni prima che si facesse monaco: eia slimata cosa di tanto momento il dar facoltà ad un monaco di testare, eziandio de'beni acquistati avanti l'entrata nel monastero, che il Papa non volle ciò fare se non convocando in un sinodo preti e diaconi car- dinali e vescovi che allora tiova- vansi in Roma. Bonifazio IV nel

MON concilio romano del 6io laffienò quelli che affermavano non aver i monaci poleslh di amministrare il battesimo e la penitenza , decreto che confermò Urbano II con di- chiarare essere anzi i monaci de- gnissimi di esercitare tali ministe- ri. j\el secolo VII promovendosi più di frequente i njonaci al sa- cerdozio, e solendo mantenere la tonsura monacale, molti a loro e- sempio presero il costume di farsi la chierica. Il concilio di Toledo del 646 dichiarò non doversi tol- lerare eremiti vagabondi reclu- si ignoranti, i quali si chiuderanno ne' monasteri vicini, solo permettersi vivere insolitudine a quelli che avesse- ro dimorato del tempo nei monasteri. Nel pontificato di s. Martino I del (Ì49, e per l'eresia de* mono- teliti, i monaci, ch'erano i primi oggetti del loro furore, dall' Egitto volarono a Roma in seno della Se- de apostolica, solita ad accogliere e difendere maternamente i perse- guitati dai perturbatori della pace. Jl Papa li ricettò in alcuni mona- steri, e li provvide di tutto il bi- sognevole, essendo i monaci arme- ni e greci; questi nel celebre con- cilio che adunò il Pontefice contro i monoteliti, con edificante zelo di- ssero le cattoliche verità. Osserva il Rodotà, p. 57, ch'essi veramente furono i primi orientali cenobili che stabilironsi in Roma ne' mo- nasteri, portandovi i riti armeno e greco, sebbene ne' medesimi soven- te celebrarono le liturgie de' latini, secondo la disciplina di que' tempi, onde dar pubblica testimonianza del- la loro sincera e costante unione colla Chiesa romana. j\el 655 pre- scrisse il concilio di Autun, che i monaci e gli abbati si conformas- sero alla regola di s. Benedetto. Ri-

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provò s. Gregorio li ilei 726, che i figli messi ne' monasteri ancor fanciulli, siano levali per contrarre matrimonio. L'eresia degli icono- clasti avendo cagionato la desola- zione in oriente, e la distruzione delle sacre immagini , i monaci si nascosero ne' deserti, e gran nume- ro portaronsi in Italia, particolar- mente in Roma, dove nel 761 il Papa s. Paolo I li accolse con tut- to amore, e loro diede per abitazio- ne la casa paterna, riducendola nel monastero e Chiesa di s. Silveslro ili Capile i^Fedi). Volle che vi e- sercitassero il loro rito greco, e vi cantassero i divini uffizi, mentre in Costantinopoli l'imperatore ordina- va che ni uno potesse farsi monaco, perseguitando i religiosi e le mo- nache. 11 Rodotà enumera i mona- steri dati successivamente agli orien- tali, fuggenti l'eresie de' monoteliti e degl' iconoclasti, dai Pontefici in Boma, come i monasteri e Chiese di s. Grisogono, di s. Sabba, di s. Prisca, e più tardi per altri moli- vi i monasteri e Chiese di s. Ales- sio ^ di s, Prassede, di s. Martino a' Monti, di s. Gregorio , di s. Ce- sareo, ed altri di cui parliamo a' lo- ro luoghi , molti de' quali furono assegnali a' basiliani, di che facem- mo parola anche all'articolo GroT- TAFERRATA, ov' è un fiorente mona- stero di insigne e benemerito ordine. Inoltre il Rodotà riporta le nothzie de' monaci greci e basilia- ni che ne' secoli VII e Vili si ri- fugiarono ne' regni di Napoli e di Sicilia, di che pure facciamo men- zione ai corrispondenti articoli. Tra i monaci orientali che tuttora fio- riscono nomineremo gli antoniani, i basiliani j i maroniti di s. Anto- nio armeni , i mechitaristi, i mel- chiti, i quali tulli hanno articoli.

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Nel concilio ceneraio Nìcenp del 7B7 fu proibito al monaci per. nottnre ne' monasteri di donne e di mangiare con alcuna religiosa o altra donna, meno una qualche grande necessità. Nel concilio ge- nerale di Costantinopoli IV, tenu- to nell'HGQ, fu ordinato che i mo- naci fatti vescovi portino vìsibìU mente l'abito del loro ordine. Nel- rVIll e IX secolo moltissimi si- gnori e principi sovrani rinunzia- rono alle loro fortune e dignità, e si fecero monaci. Si videro ancora imperatori e re scegliere de' mona- ci per loro ministri, ambasciatori e confidenti, ciò che praticarono an- co ne* secoli seguenti. In diverse e- poche i sovrani detronizzati furono obliligati assumere la cocolla mo- nastica, e le regine ripudiate o de- poste prendere il sacro velo tra le monache. L'ordine monastico non essendo ancora diviso in diversi corpi distinti per le funzioni, pei nomi e pei loro istitutori, niuna distinzione eravi tra' membri di uno stesso monastero, e non fu che ver- so il secolo X che essendo i mona- ci benedettini per lo piìi educati al chiericato ed agli ordini sacri, fc' incominciò a distinguere ne'mo- nasteri due sorta di religiosi, dei quali gli uni destinati al coro ed al sacerdozio erano chierici, LeUi> rati [Vedi) o coronati, perchè stu- diavano e portavano la corona chie- ricale, e gli altri impiegati ai la* \uri inanuaH si chiamavano Cori' versi ^ Donati, Laici [Fedi), ed era- no illetterati, barbuti, idioti , per- chè non studiavano ed avevano lunga la barba. Prima di quel tempo non eravi tult'al più che un sacerdote in ciascun monastcKo; o se ve n'erano molti, il solo an- ziano disimpegnava le funzioni del

MOH sacerdozio, qhe consistevano nel- l'amminlslrare i sagramentl, e nel celebrare la messa una volta la set- timana, cioè la domenica, e in al- cuni luoghi il gabbato e la dome- nica. Il secolo X fu per la Chiesa il più funesto ed infelice, barbaro ed ignorante, solo i monaci ed al- tri religiosi conservarono il fuoco sacro della scienza^ con applicarsi a copiare i monumenti de'dotli che gli aveano preceduti. Osserva il Berlendi, Delle obblazioni all'alta- re p. 282, che nel secolo X i ve- scovi cacciarono da molte chiese gl'indegni sacerdoti, e vi sostitui- rono i monaci, come a Verdun, Worcester, Dorcester, Metz. All'ar- ticolo Laico (Vedi), cioè secolare, dicemmo di quelli che prima e do- po il secolo X divennero abbati, si usurparono le abbazie, e colle fa- miglie passarono ad abitare ne'mo- nasteri ; e di quelli che prima di morire si facevano portare tra i mo- naci, e coi loro abiti si facevano seppellire, e perchè si dissero mO' nacki ad succurrendum, di che par- liamo pure a Monastero. Di questo rito, durato sino al secolo XIV, ne rimane un vestigio in quei laici che si fanno condurre alla sepoltura con abiti religiosi, rito ancor que- sto di qualche antichità, come di- ce il Borgia, Memorie t. I, p. i38. Nel io4i si narra che Benedetto IX dispensò Casimiro dal diacona- to , monacato e celibato , onde succedere al trono di Polonia; ma fra le condizioni imposte ai polac- chi che aveano domandala la Di- spensa [Vedi)y vi fu quella di por- tar la testa tosala a guisa de' mo- naci. Nel concilio tenuto in Faen- za nel secolo Xf> venne abrogata la facoltà concessa ad alcuni mo- naci di affidare nelle loro pòsses-

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sioni la cura (ji'aJiiine a' preti ^eco- lari *enaa il (;on«enso de' vescovi ; traltandosi nel inedesiiuo della di- pendenza dovuta dai iTìoiiacl ai vescovi nelle chiese parrocchiali *;la» bilite ne' loro possedimenti. È no. lo che i monaci per le loro istituzio- ni erano «oggetti alla giurisdizione vescovile, e nel lib. Ili delle de- cretali ervi il til. XXXVI ; De re- ligiosis doniìbuSj ut epìscopo sint sìibjectae. Noli pur sono i decreti di s. Gregorio l ivi inseriti, che confermano la stessa massima sino dal 590. Ma ne' tempi successivi la monastica disciplina provò no- tabili cangiamenti in questo partì» colare, non tanto in vista de' pri- vilegi elargiti dai Papi, quanto an» che per concessione de'piissimi im- peratori, e per condiscendenza degli slessi vescovi, i quali si spogliaro» no de'loro diritti a favore de' mo- nasteri più celebri. Prima e dopo questo tempo incominciarono gli abbati ad avere per concessioni pontificie r uso di diverse insegno vescovili, come Mitra, Anello, Ba^ colo, Croce pettorale. Guanti, San- dali ec, con altre insigni prerogative riportate a'iuoghì loro. Gravi furono le vertenze tra il sacerdozio e l'im- pero per l'investiture ecclesiastiche che pretesero dare agli abbati gli imperatori de' feudi e delle abbazie. Nel 1072 decretò il concilio di Rouen, che i monaci vagabondi o cacciati dai loro monasteri per de- litti, sarebbero costretti per auto- rità del vescovo ritornare a' loro monasteri; che se l'abbate ricusas- se riceverli, a titolo di elemosina gli passerà da vivere. Nel concilio generale di Laterano I del ii23 fu proibito agli abbati 6 monaci

Edi dar pubbliche penitenze, di vi- sitar gl'infermi, far le unzioni e

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cantav 1? messq pubbliolic; venen- do loro ingiunto di rii;evere dui vescovi diocesani gli oli santi, la Qonsecrazione degli altari e l'ordi- nazione de' chierici. Innocenzo i( nel I 1 34 abilitò a prender moglie Bamiro monaco e sacerdote, per succedere al regno d'Aragona; indi nel concilio generale Laleranense 11 del I 189 fulminò anatema a quelli che sostenevano non potersi salva- re i ' monaci che godessero poj^ses- sioni, chiamandoli mani morte, f^. Beni e Mano. Il concilio di Londra del 1175^ vietò ai monaci il trulUco, ed il tenere afilltanze. Quello gene- rale di Laterano HI, tenuto da Ales- sandro HI nel 1179, prescrisse che i monaci e religiosi di qualsivoglia istituto, non sarebbero in esso ri- cevuti per denari; e che i monaci non potessero aver peculio, se non per l'esercizio della loro obbedienza, sotto pena di scomunica, con altre analoghe provvidenze. Alessandro III dispensò il b. Nicolò Giustiniani mo- naco sacerdote di prender moglie, onde continuar la sua nobilissima famiglia; ciò conseguito tornò dipoi in monastero. Il concilio di Yorck vietò ai monaci i pellegrinaggi, e il sortire dal monastero, tranne qualche causa e in compagnia; co- me pure proibì prendere in alIUto le loro obbedienze, cioè i beni dei monasteri cui appartenevano o go- vernavano. Nel 12 12 il concilio di Parigi proi In di ricevere i reli- giosi prima dell'età di dieciotto anni; e quando il superiore per- metterà al monaco di far viaggio, gli dia il modo di farlo, afllnchè non abbia a mendicare con vergo- gna dell'ordine, non essendovi an- cora religiosi mendicanti. Pioib'i ancora che un religioso avesse du« priorie o due obbedienze.

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Nel concìlio generale di La tela- no IV del iiì5 fu rinnovato il divieto di esercitare i monaci l'uf- fizio di Medico e di Chirurgo ( Fe- di), ma al modo detto a quegli ar- ticoli, ove riportammo le analoghe discipline de' diversi tempi, Quello di Montpellier del 112$ proibì a tulli i religiosi posseder nulla del proprio, anche col permesso de' su- periori, i quali non aveano facoltà di permetterlo; si dasse somme ai religiosi pel vestiario, mentre gli avanzi delle loro porzioni si doves- sero distribuire ai poveri ; venne ancor proibito far processione in due comunità, se non per passare ad un'osservanza più stretta. Già si sa che la disciplina regolare, secon- do i luoghi e i tempi, andò sog- getta a molte variazioni, e gli an- tichi rigori assai vennero successi- vamente diminuiti. Piescrisse il con^ cilio d'Oxford del 1222 che i su- periori e i religiosi rendessero con- to delle riscossioni e delle spese. Quello di Tours nel 1239 vietò ai monaci di servire alle chiese par- rocchiali. 11 concilio d' Arles del 1 26 1 proibì ai religiosi di ricevere il po- polo all'uffizio divino nelle loro chie- se le domeniche e feste solenni, di predicarvi alle ore della messa parrocchiale, onde non distogliere quelli che doveano ricevere l'istru- zione nelle loro parrocchie. Nel con- cilio di Londra del 1268 fu de- cretato, che i monaci divenuti ve- scovi ne conserveranno l'abito. Quel- lo tenuto in Salisburgo nel 1274, vietò ai religiosi eleggersi il confes- sore fuori dell'ordine, senza parti- colare permissione del superiore. Be- nedetto XI nel i3o3, per togliere una controversia eccitata nell'acca- demia di Parigi, dichiarò che non erano obbligati a rinnovar la con-

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fessione ai loro parrochi, quei che avessero già confessati i loro pec- cati ai monaci o a qualunque al- tra sorte di religiosi, come dall'es- travagante Inter cunctas. Per le gravi questioni insorte tra i vesco- vi ed i monaci , circa i dirilli e possedimenti rispettivi, i monaci fu- rono dai Papi presi sotto la loro immediata giurisdizione, e quindi nacquero l'esenzioni in loro van- taggio. . Ne' decreti di riforma falli dal concilio di Trento, niente vi si trova che provi che lo stato mo- naslico avesse bisogno di essere as- solutamente cambialo; piuUosto que- sti decreti hanno per soggetto di mantenere la disciplina com'era, an- ziché introdurne una migliore. I monaci trappisti rinnovarono in oc- cidente la vita dei cenobiti della Tebaide, ed il loro esempio pro- dusse un'infinità di conversioni, as- soggettandosi alle loro austerità i più grandi personaggi. L'abbazia della Trappa dell'ordine de' cistcr- ciensi, fondala nel i i4o nel terri- torio di Perche sotto l'invocazione della Beala Vergine, essendo i re- ligiosi coll'andar de' secoli caduti nel rilassamento, nel i663 vi rista- bilì un'esatta riforma Armando Gio- vanni Bouthillicr de Rancé, abbate commendatario dell'abbazia. Dopo una tale epoca quella casa diventò assai celebre, e tuttora fiorisce, es- sendovi trappisti anche altrove. Nel 1820 Pio VII approvò l'istituto de' fratelli monaci d'Irlanda, già ap- pi'ovati da Benedetto Xlil: se ne parla nel voi. XXXVI, p. 97 del Dizionario, e in altri luoghi.

Quanto all'abito degli antichi mo- naci, eravi in essi molla varietà, sia pel colore, che per la materia e per la forma. In oriente furono ordina- riamente di lino e di pelle, in oc-

MON cidente di lana e di pelliccìe; nei paesi caldi più leggieri, e ne* paesi freddi piti pesanti. Delle loro di- verse qualità ne trattiamo ai singo- li articoli. JVovaziano ed i suoi se- guaci nel secolo III vestivano di bianco, per distinguersi dai laici e dai monaci che vestivano di nero, e dal clero cattolico che vestiva di paonazzo: il vestimento nero nel clero s'introdusse quando vi furono ammessi i monaci. Così il Bernini, Storia delle eresie, cap. VI. Il p. Bonanni, Gerarchia eccl., parla di questo argomento nel cap. XXX: Si cerca se la veste del clero fos- se di colore diverso dalle comuni. Parlando delle vesti prelatizie e cardinalizie, diciamo quali vescovi e cardinali monaci furono dispen- sati dal l'usare il colore rosso o pao- nazzo; ed agli articoli degli ordini monastici si fanno relative avver- tenze, notandosi come sono le vesti prelatizie e cardinalizie usate dai vescovi e cardinali monaci. Molte analoghe erudizioni riporta Anto* nio Scappo : De hirrelo ruheo dan- do S. R, E. cardinalibus regulari- bus. Che i monaci anticamente con- correvano air elezione de' vescovi , loriferisce il Rinaldi all'anno i iSg, n. 5. Nel voi. XIX, p. 186 del Dizionario, parlai delle decime im- poste da s. Pio V alle dodici con- gregazioni monastiche d'Italia per l'armamento contro i turchi, le quali si pagarono sino a Benedetto XIV. Attualmente risiedono in Roma i seguenti procuratori generali de- gli ordini monastici , oltre qual- che generale: basiliani , cassinesi , camaldolesi, vallombrosani, camal- dolesi eremiti di Toscana, camal- dolesi eremiti di Monte Corona, ci- stcrciensi, cistcrciensi della trappa, Olivetani, sii vestrini, girolanaini, cer-

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tosini, maroniti aleppini, maroniti libanesi, armeni di s. Antonio, ar- meni mechitarisli di Venezia , ba- siliani greco-melchiti. Ai rispettivi articoli citiamo gli autori che scris- sero sul monachismo , laonde qui solo nomineremo : Lorenzo Landt, De vetere clerico- nionacho continens vetereni eoruni habitum ,victum, etc, Antuerpiae i635. Ragionamento sul- l'origine, antichità e pregi del mo- nachismo , Brescia 1788. S. Gio. Crisostomo , Contro gì' impugnatori della vita monastica, Torino 1795. MONACO (Monacen). Città con residenza arcivescovile, capitale del regno di Baviera, capoluogo e qua- si nel centro del circondario dell'I- sar o Iser, residenza del re, sede degli stati e delle corti- superiori di giustizia del regno, delle principali amministrazioni del governo , e di un concistoro superiore protestante, a 80 leghe da Vienna e i5o da Parigi. È posta in una pianura va- sta e fertile sulla sinistra dellTsar, il quale non è navigabile, che vi forma molle isole, e che si attra- versa sopra due ponti. Ha un cir- cuito murato, sette ampie ed ele- ganti porte, e sette sobborghi po- polosi, cioè quelli deirisar, di Lud- wig, di Massimiliano Giuseppe , di Schònfeld, di s. Anna, di Au e di Haidhausen; questi due ultimi stan- no alla destra dell'Jsar. Quantun- que Monaco rinchiuda ancora mol- te costruzioni del medio evo , può dirsi una delle più belle città di Germania, pel numero grandissimo delle sue belle strade larghe e di- ritte, fiancheggiate quasi tutte di case eleganti, per le sue piazze pub- bliche, e per la quantità de' suoi begli edifizi pubblici e particolari. Si divide in quattro quartieri, che sono Gragenauer, Anger, Heken e

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Krenx; tale divisione è dclermJna- ta dalle sue quattro strade princi- pali, che terminano alla pia/za prin- cipale, nel centro della città; questa piazza circondala da portici è bel- lissima, ma quella di Massi milia* no Giuseppe la supera in estensio» ne. Fra i pubblici edifizi merita il primo luogo il palazzo del re, va» sto edifizio la cui architettura è semplice ed irregolare, ma il cui inteino può dirsi in vero magnifi- co, anche pei preziosi oggetti di belle arti che doviziosamente riu» chiude. Vi si dislingue la sala det- ta dell'imperatore o Kaiser-saal, che per la sua grandezza ed orna- memi é decantala come una delle prime di Germania, ed alla quale conduce una superba scala di bel marmò d'Italia ; il tesoro che rin^ chiude una grande collezione di og« getti assai preziosi ; la cappella del re, ed il teatro di Corte ricca men» te adorno. Si osservano poscia il vecchio palazzo elettorale e quello che abitava il principe Eugenio; la Land-haus óve si radunano gli sfa'- ti ; la camera del consiglio, l'arse^ naie, ed il nuovo teatro. Fra le vcnluna chiese, la principale è quel- la della Madonna , la cui erezione rimonta al secolo XIII, che rin* chiude trenta altari, C dove vedesì il bel monumento maestoso dell'im* peratore Lodovico IV ó V il Ba* varo, principe della casa di Bavie- ra ; la chiesa de' teatini eretta ^ul modello della vaticana Roma ; quella che apparteneva un tempo a' gesuiti, e quelle degli agostinia- ni, de* cavalieri gerosolimitani, e di s. Pietro, meritano purè di essere menzionate. Gli altri édifìzi pubbli- ci degni d'èsseré citati, Sono il pa- lazzo del ducaMassimiiìand, il gran- de ospedale, stabilito fuori delle

mura, le caserma, Ja nuora zecca, l'ofllcina di lavoro, Tncquedotto, e molli edilizi particolari.

Monaco rinchiude numerosi e illu- stii stabilimenti scientinci, che devo- no notabili miglioramenti a Massi- miliano Giuseppe IV; la biblioteca reale arricchita da esso di collezioni considerabili di libri trovati ne'sop- pressi conventi , contiene piìi di 4oo,ooò volumi. L'accademia delle scienze creila nel 17590 1760 ed interamente riorganizzata nel 1827, possiede gabinetti di storia natura- le, mineralogia, zoologia, fisica e medaglie; un elaboralorio di chi- mica, teatro anatomico, osservato- rio, giardino botanico, formato ma- gnificamente nel i8i5, ec. Ewi una università nel 181 5 quivi tras- feritasi da Landshut (già capitale della bassa-Baviera, avente vicino il vecchio castello di Traunitz, antica residenza de' duchi di Baviera (/ e- dì)j che porta il nome di Luigi Massimiliano: l'università ha cin- que facoltà, che si compongono di 77 professori, cioè 6 sono addelli alla teologica, 1 1 alla giuridica, 8 alla diplomatica, ^1 alla medica, e 3o alla filosofica. Il numero degli Rudenti nel 1847 ascese a circa i5oo. In Monaco ewi pure la Scuola militare , 1' ateneo dell' i- diomà grecò moderno , il liceo , due ginnasi , scuole politecniche, medicina e chirurgia, fondale da poco tempo ; Scuole di veteiina- ria, architetlura, statistica, tipogra- fia ed Ostetricia; una società ma- lematicofìsicà , altra centrale eco- nomica; museo d'antichità, galleria considerabile quadri, con colle- zioni di Scoltura, disegno cd inci- sione, fra Cui si rimarcano vari Og- getti preziosi irt avorio, in mosaico cd in ismaho. Gli slabilimenli di

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1>€neflcenza $oiio pure quivi nume* rosi e liberalmente dotati ; è ad essi ed olla filantropia del celebre conte di Runifoi-d, che la Baviera, ed in particolare la sua capitale , devono la estinzione della mendici- tà dal 1790. Si contano molte case, ove gratuitamente si distribuiscono più di 600 zuppe economiche per giorno. Vi sono diversi ospedali ed ospizi per gli ommalati, vecchi, or- fani, femmine partorienti ; evvi una casa di correzione, con officine di lavoro, ed un monte di pietà. Vi sono pure fabbriche in gran nu- mero di molti oggetti che pnnci* palmente si consumano nella stessa capitale e dintorni : vi sono ancora distillerie di acquavite e birrerie rinomate, essendo la birra la be- vanda comune. La litografìa fu qui inventata da Luigi Sennefelder, che portolla a Parigi ove giunse al piìi aito grado di perfezione. Il com- mercio non vi è molto esteso, do* vendo gli abitanti molti vantaggi alla presenza della corte e a quella de* grandi proprietari de' fondi. Vi si tengono due annue fiere di quin- dici giorni, per l'Epifania e pei ss> Filippo e Giacomo, ed un mercato settimanale il sabbato. Conta circa 80,000 abitanti senza comprender- vi i sobborghi di Au e di Haid- hausen, e 6000 militari. Vi sonò circa 70,000 cattolici, più di 600Ò luterani, più di 1000 calvinisti, brei, altri, e pochi greci. 1 dintor* ni di Monaco sono amenissimi pei" la varietà de* giardini, case di cam- pagna e luoghi pubblici ove gli a- bi tanti concorrono i giorni festivi specialmente. Al nordest delia cit- tà stanno i giardini inglesi della corte, che l'isar attraversa j é che olTrono un passeggio delizioso ; pres- so l'ingresso di «Questi giardini csi-

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^e una vasta piazza quadrata cir- condata di arcate, su cui si dipin- sero a fresco diversi soggetti tolti dalla storia di Baviera. Ad un tei'^ eo di lega vi è il castello reale di delizie di Nymphenburg, ornato al- tresì di bei giardini, e famoso per le sue eccellenti porcellane. Inoltre il sovrano frequenta gli altri due vicini castelli di Schleiiheim di e- legantissima costruzione, che vanta una magnifica collezione di pitture alemanne, vaghi arazzi ed un ser- raglio; e quello di Furstenried, non meno degli altri piacevole per l'a- menità de' dintorni. Le strade da Monaco al piccolo villaggio di Pae- sing, ed il giardino a Osterwalde, sono graziose ed assai frequentate. Fiorirono in questa città molti uo- mini illustri nelle armi, nelle arti e nelle scienze.

Monaco, Monachiiim é Mona- ehiirn^ in tedesco Miincheny fu fon- dala da Enrico duca di Sassonia e Baviera nel 962, sopra un ter- reno de'monaci di Schaffelar,. da cui venne il nome di Miinchen^ mo- naci, che le diedero i tedeschi ; ed il duca Ottone IV la fece circon- dare di mura nel ii57, alla qual epoca la città era divenuta flori- da é potente. All'articolo Costanza dicemmo come venne aflidatù la custodia di Baldassare Cossa, già Giovanni XXII f, n Lodovico conte palatino e duca di Baviera, che Io tenne quasi quattro anni prigio- ne in Monaco, ove il deposto Pa- pa compose que' versi che ripor- tammo alla Sua biografìa : il duca ebbe in compensò trentamifa scudi d'oro. Seguendo Monaco i destini della Baviera^ é notati a quell'ar- ticolo, i protestanti Svedesi e te- deschi sotto Gustavo li Adolfo re di Svezia, ne impadroujiono nel

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i632. Nelb guerra del 1704 gli austriaci vi entrarono dopo la bat- taglia di Dienheim; provò la slessa sorte nella guerra del 1741 per l'assunzione all'impero di Carlo VII elettore e duca di Baviera, onde gii austriaci presero Monaco nel giu- gno 1743 obbligandolo a capito- lare. Dipoi lo ripresero a'i4 otto- bre 1744» ™" '" novembre vi rien- trò l'imperatore Carlo VII, ove mori nel gennaio 174^, mentre gli austriaci facendo ritorno in Bavie- ra indi in aprile nuovamente si impadronirono di Monaco. Reduce Pio VI da Vienna nel 1782, ai 20 aprile entrò negli stali elettorali del palatino Carlo Teodoro duca di Baviera, complimentalo da due ciambellani, dal gran ciambellano, e da un corpo di corazzieri. Ad Alt-Oettingen fu ricevuto dall'ar- civescovo di Salisburgo e dal prin- cipe di Birckenfeld nipote del duca; visitò l'insigne santuario della Beata Vergine, e restò a dormirvi. Dopo ascoltata 1^ messa in detta chiesa, Pio VI il 26 si diresse a Monaco, trovando presso la chiesa di Hag, cinque e più leghe distante dalla capitale, il duca Carlo Teodoro, che abbracciò amorevolmente, ed en- trambi visitarono la chiesa, ricevu- ti da Giuseppe Welden vescovo di Frisinga per venerare il ss. Sa* gl'amento e l'antica divota imma- gine della Madonna. Asceso il Pa- pa col duca in carrozza, furono commoventi gli attestati di vene- razione che gli dierono i popoli bavaresi, incontrandolo ovunque con processioni, con alla testa il clero secolare e regolare preceduti dalle loro insegne. Splendido fu l'ingres- so in Monaco, a fronte della piog- gia che cadeva, alle ore 2 3, tra le dimostrazioni della maggior alle-

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grezzo, le salve delle artiglierie, il suono delle campane e delle bande militari. La nobiltà e i magistrati ricevettero il capo della Chiesa al palazzo elettorale, dalla cui tribu- na corrispondente alla cappella di corte il Papa assistette al canto del Te Deuni, ricevendo la bene- dizione del ss. Sagramento . Pio VI abitò un magnilico appartamen- to, e nella seguente mattina dopo aver ascoltato la messa nella cap- pella elettorale, ricevette un'affet- tuosa visita del sovrano, e poi quel- le della elettrice vedova e dell'e- lettore di Treveri, ed a tutti re- stituì la visita. Ai 28 aprile coi due elettori Pio VI discese nella chiesa de'teatini, e vi celebrò la messa, e dopo averne ascoltata al- tra, si recò al sotterraneo ove so- no i deposili de' principi bovari, cui recitò alcune preci. Indi alle ore dodici il Papa preceduto dal cro- cifero a cavallo, in nobile carroz- za con entro i due elettori di Tre- veri e palatino di Baviera, con de- corosissimo accompagnamento si re- cò al palazzo della città, e sotto il baldacchino del vasto ed ornato balcone comparti solennemente al- l'innumerabile popolo l'apostolica benedizione da esso tanto bramata. Nel lunedì 29 aprile col treno di corte. Pio VI passò a celebrar la messa nella chiesa di s. Maria col- legiata maggiore della città, rice- vuto dai due elettori; ed ascoltata quella del suo cappellano segreto, in sagrestia ammise le dame al bacio del piede. In compagnia dei medesimi principi, il Pontefice vi- sitò altre chiese, e nel seguente giorno fu presente al conferimento della croce di s, Giorgio, correndo- ne la festa, che fece il duca a tre individui, e qual gran maestro del-

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l'ortline vestilo di tali insegne coi cavalieri del medesimo visitò poi il santo Padre. 11 primo di maggio Pio VI celebrò la messa «ella cappella interiore del palazzo elettorale, sor- prendente per la ricchezza e pre- ziosi ornamenti, e mirabile per le insigni reliquie che vi si custodisco- no: i due elettori l'ascoltarono. II duca donò al Papa un bellissimo calice d'oro con patena cesellati dal rinomatissimo Germano orefice di Luigi XIV, la cui sola fattura co- stò quindicimila lire francesi. Di- morando Pio VI a Monaco ogni giorno dal balcone compartii la be- nedizione, e per tre volte al po- polo che da tutte parti accorreva per riceverla, ammettendo benigna- mente tutti quelli che desideraro- no baciargli il piede. Giovedì 2 maggio, sua Santità, ascoltata la messa, partì da Monaco ad ore quattordici in compagnia del duca, avendo luogo le slesse dimostrazio- ni fatte al suo arrivo: vide da lun- gi il magnifico castello di Nym- phenburg, ed a Schevabhaussen da un balcone die la pontificia bene- dizione , separandosi teneramente dal duca, e dirigendosi ad Augusta fu ossequiato ai confini bavari co- me lo era stato nell'entrarvi . Pio VI conservò perenne memoria di religioso sovrano e di Monaco, detta allora la piccola Pioma di Germania, come osserva il Novaes, per essere forse la più divota e af- fezionata alla santa Sede. I parti- colari della permanenza di Pio VI ili Monaco, li descrisse il suo mae- stro delle cerimonie Dini, nel suo Diario a p. 29 e seg.

Nel 1783 Pio VI col duca Car- lo Teodoro stabilirono la nunzia- tura di Baviera, con la residenza in Monaco del nunzio apostolico,

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venendo nominato per primo nun- zio di Baviera e slati palatini Giu- lio Cesare Zollo di Rimini, fatto arcivescovo di Atene a'27 giugno 1785. La nuova nunziatura fu for- mala con parte di quelle di Co- lonia e di Lucerna ; ma siccome in Germania eranvi i soli nunzi di Vienna per l'imperatore, e di Colonia pei tre elettori ecclesiasti- ci, la nuova nunziatura fu subito potentemente combattuta, massime dagli elettori di Magonza e Colonia, e dall'arcivescovo di Salisburgo, per- chè esercitavano giurisdizione eccle- siastica ne'dominii bavaro- palatini, e furono sostenuti dall'imperatore Giuseppe II, pretendendo ricono- scere nel nunzio di Monaco un semplice inviato e ministro del Pa- pa come sovrano. Pio VI difese energicamente i pontifìcii diritti, laonde ebbero luogo diverse con- testazioni; ma avendo il duca di Baviera raddoppiato le sue istanze perchè gli fosse spedito il nunzio residenziale nella sua capitale, il Pontefice lo contentò. Monsignor Zollo fii ricevuto in Monaco con somma distinzione, ed al suo arri- vo seguì un editto del duca nel quale notificò ai propri sudditi, che avendo il Papa Pio VI invia- to presso la sua corte tal prelato per dimorarvi in qualità di nunzio ordinario e di legato apostolico, gì' invitò indiiizzarsi per l'avvenire alla nunziatura di Monaco in tulli gli affari che per l' innanzi passa- vano alle nunziature di Vienna, Colonia e Lucerna. Quindi mal- grado altre gravissime differenze, ed il conciliabolo di Ems del 1786, la nunziatura di Monaco proseguì e tuttora prosiegue con piena au- torità ad esercitare le sue funzioni, terminando poi invece la nunzia- 5

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turn (li Coionia. Di tnUociò clic ri- i^uanìn questo argomento sene trat- ta a Colonia, Magonza, Germania, Palatino, ed Ews. Frattanto vccìeii- tlo nel 1 796 Monaco l' armata francese sotto gli ordini di Morcau avvicinarsi alle sue muta, decise l'elettore a trattare separatamente colla Francia. Dipoi i francesi sotto gli ordini di Decaen vi entrarono il giorno 28 giugno 1800, e Mo- reau dopo vi stabiPi tosto il suo quali icr generale, indi a' io otto- bre i8o5 Monaco riaprì le porle alla Francia. Da questo tempo si- no al 181 3 la Baviera essendo stata alleata di Napoleone, Monaco si vide sempre rispettata, e dal primo gennaio 1806 eretta in ca- pitale di florido regno, avendone eminentemente accresciuti i distin- ti pregi il re che regna Luigi Car- lo Augusto, splendido mecenate del- le arti e delle scienze. Il vicariato apostolico d' Anhalt-Coeten, Anhalt- Dessau, Auhalt-Bernhurg, ducati di Germania, dipende immediatamen- te dalia Sede apostolica, ed il nun* zio apostolico di Baviera n'è incari- cato dell'amministrazione spirituale, che al presente è monsignor Carlo Luigi Monchini romano, fatto da Gregorio XVI a' 2 i aprile 184^ arcivescovo di Nisibi in parlihus. Del vicariato apostolico ne dammo un cenno nel voi. XXIX, p. io3 del Dizionario.

La sede arcivescovile di Monaco fu eretta da Pio VII pel concor- dato conchiuso nel 18 17 col re Massimiliano Giuseppe, che ripor- tammo nel voi. XVI, p. 47 e seg. Ivi dicemmo che Pio VII trasferì la sede di Frìsinga {^Vedi) a Mo- naco ch'eresse in metropolitana, assegnandole per diocesi (juella di Frisinga, dovendo 1' arcivescovo iu-

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titolarsi di Monaco e di Frisinga, e per suffraga nce le chiese vesco- vili di Augusta, Passavia e Ptatis- bona ; soppresse la diocesi di Chiemsea (Fedi) e l'unì a Mona- co. Il vescovo di Chiemsea suf- fraganeo di Salisburgo, il cui arci- vescovo Io nominava, era principe dell'impero, e prima del 1 568 in- terveniva alle diete im[)eriali con voto. Ne furono ultimi vescovi: 1772 Ferdinando Cristoforo de Zoil di Salisburgo; 178G Francesco Sa- verio de Breiner di Gratz ; i 797 Sigismondo Cristoforo de Zeil a Trauschburg di Monaco. L* erezione di Monaco in arcivescovato segui per la bolla Dei ac Domini Nostri Jesii Christi, emanata da Pio VII il primo aprile 18 18, nel- la quale si riporta la soppressione di tutte le antiche chiese, abbazie e monasteri, con la circoscrizione del- le nuove chiese e diocesi degli stati bavari. Indi nel concistoro de' 2 5 maggio Pio VII dichiarò primo arcivescovo di Monaco e Frisinga monsignor Lotario Anselmo de' li- beri baroni de Gebsattel di Wurz- burg; a questi Gregono XVI nel concistoro de* 12 luglio 1841 die per coadiutore con futura succes- sione monsignor Carlo de' conti di Reisach di Ruth, che nel i836 avea consagrato vescovo di Eichstett. Es- sendo morto l'arcivescovo Gebsat- tel nell'ottobre 1846, nella metro- politana gli furono celebrati solen- ni funerali, ed il successore mon- signor Reisach ponti tlcò la messa assistito dai vescovi di Ratisbona e di Augusta, e dopo le cinque as- soluzioni fu tumidato nella cappel- la sotterranea : alle funebri cerimo- nie furono presenti il nunzio apo- stolico e il ministro bavarese. Dopo il concistoro degli 1 1 dicembre

iMON 184^, l'odierno arcivescovo, ilivenu- to tale il primo di ottobre, fece do- inondare al regnante Pio IX il sa- cro pallio, die ottenne. La catte- drale è sacra a Dio sotto l' invo- cazione della Beata Vergine, bel- lissimo edifizio con battisterio ed insigni reliquie, fra le quali il capo di s. Bennone vescoto di Frisinga e patrono della Baviera; non mol- to distante vi t^ il palazzo arcive- scovile, ottimo edifizio. Il capitolo si compone di due dignità, la pri- ma è il preposto, la seconda il de- cano; di dieci canonici comprese le prebende del teologo e del peni- tenziere, di sei beneficiati vicari, con quelle rendite descritte nel ci- tato concordato: sonovi pure altri preti e chierici addetti all'uffiziatu- ra. La cura delle anime della cat- tedrale è affidata ad un prete par- roco. Vi sono in città altre cinque chiese parrocchiali col sacro fonte, oltre la collegiata di s. Gaetano. Sonovi tre conventi di religiosi, tre monasteri di monache, un conser- vatorio di fanciulle, confraternite, monte di pietà, essendo il semina -

lio arcivescovile in Frisinga. L'ar-

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cidiocesi è ampia e contenente mol- ti luoghi. Ogni nuovo arcivescovo è tassato ne'libri della camera a- postolica in fiorini mille , ascen dendo le rendite della mensa a ventimila fiorini bavari^ corrispon- denti a ottomila scudi romani, sen- ita oneri.

MONACO. Principato d'Italia fra la provincia di Nizza negli stati sardi ed il Mediterianeo, all'estre- mità della parte occidentale della costa di Genova, che nello spiritua- le dipende dal vescovo di Nizza. Questa signoria ha cinque leghe quadrate di superficie, in tempe- ratura favorevole a tutte le pro-

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duzioni ch'esigono un gran calore; vi si raccolgono in abbondanza a- ranci, limoni, olive ed altre frutta ; produce ogni sorta di grano, e vi si alleva un numero di bestiami; la pesca e il cabottaggio vi sono at- ti vi. Co m prendesi nel suo territorio la città di Monaco, i due borghi di Mentone e Roccabruna, e talu- ni villaggi, con una complessiva po- polazione di più di 1 1,000 abitanti. Questo principato è dell' antica e nobilissima famiglia Grimaldi, che dicesi discendere da Grimaldo mae- stro del palazzo del re di Francia, che governò quella monarchia sot- to il re Chilperico III del 74^- Era egli figlio di Pipino d' Heristal, e fratello di Carlo Martello e di Childeberto; il primo antenato dei re franchi della seconda stirpe Ca- rolinga, e il secondo della terza Ca- petinga, come provano i genealogi- sti di questa illustre famiglia ; e fu raffermato dallo scritto reale di Lui- gi XIV. Si divise in più rami tra - piantati nel Genovesato, Piemonte, Lombardia, Napoli, Sicilia, Fiandra, Francia e Spagna, ne' quali luoghi possiede molti feudi e signorie. Questi rami hanno dato tutti chia- rissimi personaggi, e cinque cardi- nali, annoverandovi alcuni Urbano V Grimaldi o Grimoardi francese, Papa del i362, ed il suo fiatello cardinal Anglico. Ugone, Grimaldo III, Grimaldo IV e Luchino furo- no supremi governatori della repub- bHca di Genova. Altro Ugone fu ge- neralissimo di Carlo Magno e si- gnore d'Antibo nella Provenza, per- duta, ma'con qualche cambio, nel se- colo XVII. Guido I, Guido II, Gri- maldo IH furono ammiragli e gran maestri degl' imperatori s, Enri- co II, Enrico IV, Lotario II e Fe- derico I. Passano, Ottolino, Raoie-

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ri II, CarlOj Ranieri IH e Giovan- ni II furono anamìragli e cìam- berlani dei re di Francia, tra'quali Ranieri IH nel i3o4 sconfisse in mai-e i fiamminghi, togliendo loro 80 vascelli, e facendo prigioniere il conte Guido col fiore de'suoi cava* lieri. Ebbe questi la città di Venza, e fu intitolato signore dell'isole di Cefalonia, s. Marta, Zante e Leu* ca che poi perdettero. Grimaldo e Federico furono generalissimi del- le milizie pontificie; Gabriele e Francesco di quelle degl' imperato- ri d'oriente e dei re di Napoli. Ser- vi ai re di Napoli , comandando in mare, Luchino; ai re di Geru- salemme Baldoino; e Giovanni ai duchi di Milano. Un lungo tratto di paese nella spiaggia di Proven- za presso l'antico Sambracitano , ora golfo Grimaldo, fu pure di questa potente casa, per aver dife- so quella spiaggia dai saraceni. La stessa casa potè più volte armare molte galere per la repubblica ge- novese: ventitre ne recò in aiuto di Carlo II re di Napoli, e fino a trenta ai re di Francia. Oltre ad altre assai illustri parentele. Guido e Giovanni ebbero due principesse di Savoia; Grimaldo III sposò An- tonia Pia figlia del duca di Pro- venza ; Guido I una figlia del con- te d' Alencon ; Renato una del san- gue reale de' conti di Chiaramon- te; Grimaldo IH, Alessia nipote d'Alessio imperatore; Oltolino eb- be Lodovica di Lorena ; Girolamo sposò Arrighetta pur di Lorena, e Antonio, Maria di Lorena del ra- mo Armagnac, dalla quale ebbe Antonietta ereditaria, di eui parle- remo.

L' imperatore Ottone I nel seco- lo X investì del principato di Mo- naco questa casa, per averne cac-

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ciato i saraceni, e il primo princi- pe fu Grimaldo I figlio di Passano signore d* Antibo. Lo stato si tenne per lo più sotto la protezione di Francia, ma nel secolo XVI passò sotto quella di Spagna, perchè do- po la vittoria di Carlo V contro i francesi in Pavia, Agostino Grimal- di zio e tutore di Onorato I prin- cipe di Monaco, per assicurare lo stato e per vendicarsi della morte del principe Luciano suo fratello, ucciso da Bartolomeo d' Oria si- gnore di Dolceacqua, pose il nipo- te sotto la protezione cesarea nel i525, con ricevere presidio spa- gnuolo da pagarsi da Carlo V, e rimanendo al principe il dominio e la sovranità del feudo, oltre al comando dello stesso presidio. Fu osservato l'accordo fino al 1604, in cui fu ucciso da' soldati del pre- sidio il prini^ipe Ercole I, coli' oc- cupazione della fortezza a nome del re Filippo ni, il quale l'anno se- guente restituì lo stato al suo si- gnore, ma volle insieme che il go- vernatore fosse spagnuolo. Mal sof- frendo tal servitù il principe Ono- rato II, sebbene distinto dal re col toson d'oro, trattò occultamente con Girolamo Grimaldi nunzio di Fran- cia e poi cardinale, e col marchese di Corbons francese esso pure della casa Grimaldi, di liberarsi dagli spagouoli e di ricevere invece il presidio francese, come riuscì l'an- no i64ij a queste condizioni: che il principe ritenesse la sovranità, il dominio e ogni diritto; che rice- vesse presidio francese nella fortez- za, comandando egli a'soldati, con un luogotenente del re a suo pia- cimento ; che per gli stati che per- deva in Napoli, cioè il marchesato di Campagna e la contea di Canosa il re gli darebbe il ducato di Va-

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kntinoìs nel Delfìnato col titolo di duca e pari, e la contea di Carla- dez neli'Auvergna, colla baronia di Calvinet, il marchesato di Baulx, la baronia di Buis e la signoria di s. Remigio nella Provenza, come fu eseguito. Nell'anno 1700 il prin- cipe sovrano di Monaco Luigi Gri- maldi, quale ambsiscialore di Fran- cia, si portò in Roma da Clemen- te XI per r aliare del prìncipe Vai- ni, nel ritorno a palazzo s' infermò e morì la notte: in s. Maria in Trastevere furono celebrati i fune- rali, ed a' 7 gennaio 1701 il cada- vere fu trasportato a s. Luigi dei francesi in